QUALI POLITICHE PER AIUTARE CHI CERCA LAVORO?

In un mercato del lavoro sempre più mutevole e flessibile, nel quale le carriere professionali, specie dei più giovani, sono spesso costituite da un alternarsi di lavori diversi, periodi di inattività e momenti di formazione, la vera sfida diventa quella di governare le transizioni tra un’occupazione e l’altra. In tale contesto, le politiche del lavoro dovrebbero guardare alla tutela dell’occupabilità della persona più che alla tutela del posto di lavoro. Garantire un paracadute economico alle persone rimaste senza lavoro non è più sufficiente se non accompagnato (e subordinato) a un supporto nella ricerca attiva di un’occupazione e a interventi di rafforzamento e riqualificazione delle competenze.

Anche il Reddito di Cittadinanza (RdC) integra un supporto alla ricollocazione, e alcune iniziative, nazionali e regionali, che hanno come scopo primario l’attivazione della persona vanno proprio in questa direzione. L’assegno di ricollocazione, inizialmente riservato ai disoccupati in Naspi da almeno 4 mesi e ora inglobato nel RdC, ha rappresentato uno dei primi tentativi di mettere a punto uno strumento di supporto alla ricollocazione universale e facilmente accessibile, ma la sperimentazione avviata nel 2017 sul territorio nazionale non ha dato i risultati attesi. In 6 mesi hanno aderito appena 2.500 persone sui 30.000 coinvolti e lo strumento non è mai decollato davvero. Ciò è accaduto per diversi motivi, ma principalmente per la scarsa propensione del disoccupato a rinunciare anticipatamente all’indennità di disoccupazione. Chi percepisce la Naspi, preferisce sfruttarla fino all’ultimo giorno e decide di attivarsi concretamente nella ricerca di un lavoro solo all’approssimarsi della sua scadenza, nonostante le probabilità di rioccuparsi diminuiscano sensibilmente con il passare dei mesi.

In Veneto, poco più di un anno fa, ha fatto il suo debutto uno strumento analogo, l’Assegno per il Lavoro, che del quasi omonimo nazionale riprende l’impostazione generale tentando di superarne alcuni limiti.

Lo strumento, finanziato dalla Regione del Veneto, è rivolto a qualsiasi disoccupato residente o domiciliato in Veneto e di età superiore ai 30 anni, indipendentemente dal fatto che percepisca la Naspi o meno. Il principio alla base dell’iniziativa è quello di mettere la persona al centro delle politiche, stimolandone l’attivazione nella ricerca di un lavoro e supportandolo con una serie di servizi qualificati. Ma in cosa consiste concretamente? Si tratta di un assegno virtuale che non va in tasca al disoccupato ma che può essere utilizzato da quest’ultimo per “acquistare” da enti privati accreditati servizi di assistenza alla ricollocazione. La procedura è semplice: il disoccupato inoltra la richiesta di assegno al proprio Centro per l’Impiego o attraverso la sezione dedicata di ClicLavoro Veneto, il portale dei servizi online della Regione del Veneto. Una volta verificati i requisiti e formalizzata l’adesione, il Centro per l’Impiego rilascia virtualmente l’assegno al disoccupato, il quale può scegliere liberamente l’ente cui rivolgersi e, con l’aiuto di un tutor, individuare il percorso di assistenza e formazione più indicato per le proprie competenze e aspettative. La vera novità, come già era stato per l’assegno di ricollocazione nazionale, è proprio questa: non è l’ente che seleziona il candidato, ma la persona che seleziona l’ente. Quest’ultimo viene rimborsato per i servizi erogati, in base al valore economico dell’assegno, solo a risultato acquisito, ovvero solo se il lavoratore ha trovato lavoro con un contratto stabile.

A un anno dall’avvio il bilancio dell’Assegno per il Lavoro è incoraggiante, specie se confrontato con l’esperienza dell’Assegno di ricollocazione nazionale: al 31 dicembre 2018, gli assegni rilasciati dai Centri per l’Impiego sono circa 14 milapiù di 11 mila beneficiari hanno iniziato un percorso presso uno degli enti privati accreditati e circa 6 mila hanno già stipulato un contratto di lavoro (nel 30% dei casi di durata superiore ai 6 mesi). Rispetto all’Assegno di ricollocazione, il problema della scarsa propensione a rinunciare alla Naspi influisce in misura inferiore, considerato che 2 beneficiari dell’Assegno per il Lavoro su 3 non percepiscono alcun ammortizzatore sociale e si presume siano più incentivati a partecipare alle attività e trovare un lavoro nel più breve tempo possibile. Tutti i corsi disponibili, inoltre, sono pubblicati sul sito di ClicLavoro Veneto e liberamente consultabili, con il duplice vantaggio di consentire al disoccupato di sapere esattamente le attività cui potrà partecipare, scegliendo l’ente anche in base ai servizi offerti, e di mettere in competizione tra loro gli stessi enti, a vantaggio della qualità dell’offerta.

Un anno non è probabilmente un periodo di tempo sufficiente per valutare l’efficacia di una politica, ma se l’obiettivo primario è quello di stimolare il disoccupato ad attivarsi concretamente nella ricerca di un nuovo lavoro la strada intrapresa sembra essere quella giusta e l’Assegno per il Lavoro può configurarsi come modello nazionale di politica attiva. Anche se, come il lungo dibattito sul Reddito di Cittadinanza dimostra, per decretare il successo di iniziative come questa serve anche, e soprattutto, una svolta culturale.

 

(articolo pubblicato su www.cliclavoroveneto.it)

TEMPO DETERMINATO E PRECARIATO

Il recente dibattito su una maggiore precarietà del mercato del lavoro attuale rispetto a quello di dieci anni fa sembra aver puntato il dito contro il tempo determinato, accusato di aver contribuito a sacrificare diritti e stabilità del lavoro sull’altare della flessibilità.

Tra gli obiettivi dichiarati del decreto dignità c’è quello di disincentivare e limitare il ricorso al lavoro a termine in favore di un’occupazione più stabile, come del resto avevano già fatto, almeno nelle intenzioni, diversi provvedimenti dei Governi precedenti. Lo stesso Jobs Act aveva identificato il contratto a tempo indeterminato come la forma di assunzione privilegiata, prevedendo un susseguirsi di incentivi, alcuni dei quali particolarmente generosi, ma senza riuscire a porre un freno all’aumento del lavoro a termine.

Se da un lato risulta certamente interessante valutare i possibili effetti concreti dell’ultima riforma, dall’altro è forse ancora più opportuno ragionare sul ruolo che il contratto a tempo determinato assume all’interno del mercato del lavoro e su quanta parte di lavoro a termine potrebbe davvero essere tramutata in occupazione stabile, considerando quelle che sono le caratteristiche del nostro tessuto imprenditoriale e sistema produttivo.

Riguardo all’impatto occupazionale del decreto è possibile fare solo delle stime. Secondo quelle della contestata relazione tecnica allegata al decreto stesso, le nuove regole produrrebbero su tutto il territorio nazionale una perdita di 8 mila posti di lavoro su un totale di 2 milioni di contratti a tempo determinato attivati (pari allo 0,4%). Tanti infatti sarebbero i lavoratori che al termine dei 24 mesi di contratto non riuscirebbero a trovare un nuovo impiego. Un impatto decisamente marginale in termini di riduzione della domanda di lavoro complessiva.

Un’altra indagine è quella effettuata dall’Osservatorio di Veneto Lavoro, che ha simulato l’effetto del decreto sui rapporti di lavoro a termine attivi in Veneto nel 2017. In questo caso l’analisi si limita ad osservare come se le nuove regole fossero già state in vigore lo scorso anno, i rapporti di lavoro interessati sarebbero stati circa 80 mila. Difficile però prevederne il destino, tra ipotesi di aumento del turnover, semplice riduzione dei livelli occupazionali o spostamento verso altre forme contrattuali, anche più stabili.

E proprio su quest’ultimo punto è utile fare una riflessione. Il contratto a tempo determinato, per definizione, costituisce uno strumento finalizzato a rispondere a specifiche esigenze produttive o stagionali, spesso legate all’incertezza del ciclo economico, ma in alcuni casi viene utilizzato dalle imprese in modo improprio, per far ruotare nel corso degli anni più lavoratori nella medesima posizione. Un altro studio di Veneto Lavoro afferma che in Veneto la stima dei posti fissi mascherati da lavoro a termine è al massimo di circa 40 mila unità, mentre la maggior parte dei lavoratori impiegati con contratto a tempo determinato risulta effettivamente legata a posti di lavoro che rispondono ad esigenze provvisorie. Si tratta di un dato ricavato dal numero di imprese che hanno impiegato almeno un lavoratore con contratto a termine tutti i giorni dell’anno, e per questo chiaramente sovrastimato, e che riguarda prevalentemente imprese non stagionali con oltre 15 dipendenti (compresi enti pubblici, esclusi dal decreto).

Posto dunque che l’occultamento di posti fissi con contratti a termine rappresenta, almeno in Veneto, un fenomeno marginale, seppur presente, si tratta allora di stabilire se, oltre che strumento privilegiato per il lavoro temporaneo o stagionale, il tempo determinato possa anche essere considerato uno strumento di inserimento nel mercato del lavoro capace di accompagnare il lavoratore verso un’occupazione più stabile. In altre parole, se tale contratto rappresenti per le imprese una sorta di periodo di prova nei momenti di maggiore incertezza.

In termini assoluti non deve stupire l’aumento dei contratti a termine osservato negli ultimi anni, in quanto dovuto a diverse cause: l’avvio di una ripresa economica che però rimane incerta, le mutate caratteristiche del mercato del lavoro, che hanno portato ad una maggiore incidenza del settore terziario e di comparti quali il turismo caratterizzati da una forte stagionalità, e la stretta su altre forme precarie quali voucher e collaborazioni.

Ma stando ai più recenti dati di Veneto Lavoro, a tale aumento si è accompagnato anche un contestuale incremento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato: nel primo trimestre del 2018 sono cresciute addirittura del 60% rispetto allo stesso periodo del 2017, superando per valore assoluto anche il trimestre record del 2015 (13.900 trasformazioni contro le 8.700 di allora), soprattutto per quanto riguarda i giovani di età compresa tra i 25 e i 30 anni. Oggi un contratto a tempo indeterminato su tre deriva dalla trasformazione di un contratto a termine. Ma non solo, perché allargando il perimetro di osservazione si scopre che il 50% delle assunzioni a tempo indeterminato effettuate in Veneto è ascrivibile a imprese con le quali c’era già stato in precedenza un rapporto di lavoro con altra tipologia, spesso a tempo determinato. L’aver già lavorato nella stessa impresa rappresenta il più delle volte una variabile decisiva.

Alla luce di questi dati, seppure risulti difficile, se non impossibile, stabilire con esattezza quanto lavoro a tempo determinato possa trasformarsi in tempo indeterminato, è facile invece prevedere che buona parte dell’incremento del lavoro a termine osservato in questi anni possa tramutarsi nel medio periodo in un’occupazione più stabile. Perché ciò accada appare pero indispensabile agire su entrambi i fronti: limitare o rendere più costoso il tempo determinato può non bastare senza misure che incentivino in vario modo il ricorso a tempo indeterminato.

(articolo pubblicato su www.cliclavoroveneto.it)

GARANZIA GIOVANI: UN PO’ DI CHIAREZZA

A quattro anni dall’avvio dell’iniziativa, Garanzia Giovani continua a dividere esperti del settore e opinione pubblica, tra chi la considera una politica inefficace a combattere la disoccupazione giovanile e chi ne sottolinea il merito di aver spinto all’attivazione oltre un milione di Neet, giovani under 30 che al momento dell’iscrizione al Programma non stavano né studiando né lavorando.

A ben guardare, però, il giudizio può essere talvolta dovuto a una lettura imprecisa dei risultati dell’iniziativa. Un esempio significativo è il modo in cui media e commentatori hanno presentato i dati del recente report trimestrale diffuso dall’Anpal, evidenziando come appena un iscritto su cinque risulterebbe oggi occupato. Peccato si tratti di un’affermazione inesatta.

Vediamo i numeri: al 31 dicembre 2017 le registrazioni al Programma su tutto il territorio nazionale hanno superato quota 1,5 milioni. Una buona parte di esse viene successivamente annullata, prevalentemente per motivi amministrativi, e le adesioni effettive scendono così a circa 1,3 milioni. L’82,5% delle registrazioni vengono prese in carico dai servizi competenti e nella maggior parte dei casi si riferiscono a giovani tra i 19 e i 24 anni in possesso di un titolo di studio di scuola secondaria superiore. Circa la metà dei giovani presi in carico è stato avviato a una misura di politica attiva, che nel 60% dei casi consiste in un tirocinio extra-curricolare.

Il numero degli occupati fornito nel report, circa 225 mila, si riferisce proprio a quanti hanno terminato tali attività, ovvero 470 mila giovani sui 550 mila che ne hanno iniziata una, e non al milione e oltre di iscritti totali. In quel caso, infatti, il numero di giovani al lavoro sarebbe sensibilmente maggiore, considerando quanti possono aver trovato un lavoro ed essere dunque usciti dal Programma prima di terminare o addirittura iniziare una qualsiasi attività. Senza considerare quanti potrebbero aver avviato un’attività autonoma o ripreso gli studi e che non rientrano nel monitoraggio. Stando ai dati forniti dal report, il tasso di inserimento occupazionale è dunque del 48% e non del 22% riportato da molti commentatori.

Ma questo è solo uno dei fraintendimenti in cui spesso si cade nell’interpretare i dati dell’iniziativa. Le critiche riguardano, ad esempio, anche l’elevato numero di adesioni annullate, che però è azzardato considerare un indicatore significativo di efficacia dei servizi per l’impiego, in quanto corrisponde principalmente a dinamiche amministrative. La cancellazione avviene d’ufficio quando viene accertata la mancanza dei requisiti richiesti per aderire al Programma; quando il giovane, trascorsi i 60 giorni previsti, non si è ancora presentato ai servizi competenti per il primo colloquio e la stipula del patto di servizio; o quando, avendo rilasciato l’adesione in più regioni contemporaneamente e avendo scelto di attivare il Patto in una di queste, l’adesione nelle altre regioni decade. Possono esserci anche casi in cui è il giovane stesso a ripensarci e decidere di annullare l’adesione dopo averla presentata. Tutte cause difficilmente imputabili al sistema dei servizi per l’impiego.

Anche il fatto di non aver portato a termine le attività previste non deve essere necessariamente considerato un segnale negativo, nella misura in cui il giovane sia stato “costretto” ad abbandonare il Programma perché ha trovato lavoro o deciso nel frattempo di riprendere gli studi. Questo, semmai, potrebbe significare che anche la semplice adesione a Garanzia Giovani può stimolare nel giovane un meccanismo di attivazione virtuoso.

Criticità innegabili, cui porre rimedio, sono invece il basso numero di giovani avviati a una politica attiva, rispetto al totale dei presi in carico, la qualità formativa dei tirocini offerti in molte regioni e l’effettiva incidenza sulla riduzione della disoccupazione giovanile e del numero di Neet, che nonostante negli ultimi anni siano sensibilmente diminuiti fanno ancora del nostro Paese uno dei peggiori in Europa.

L’aspetto sul quale molti sembrano concordare, tuttavia, è che l’efficacia di Garanzia Giovani vari sensibilmente da regione a regione e in questo contesto il Veneto si presenta come un esempio virtuoso. La percentuale dei giovani presi in carico sul totale delle adesioni valide, questo sì indicatore di efficacia del sistema, è la più alta d’Italia e raggiunge il 97%. I tempi di attesa tra la registrazione e la stipula del patto di servizio sono più brevi rispetto alla media nazionale e si aggirano attorno ai 4 giorni. A differenza di altre regioni italiane, inoltre, l’erogazione delle diverse misure risulta più equilibrata: i tirocini rappresentano il 24% del totale, a fronte di un 28% di attività di formazione e di un 20% di azioni di accompagnamento al lavoro. E spesso tali attività vengono fruite dallo stesso giovane all’interno di un percorso articolato di più interventi.

Anche in termini di esiti occupazionali i dati veneti sono generalmente migliori di quelli nazionali. La percentuale di quanti hanno trovato lavoro dopo l’adesione è di circa il 61%, di cui molti risultano tuttora occupati, ma restringendo l’analisi a quanti hanno sottoscritto il patto di servizio o concluso le attività previste le percentuali sono ancora maggiori. A questi, inoltre, andrebbero aggiunti quanti potrebbero aver avviato un’attività di lavoro autonomo, svolto solo esperienze di tirocinio o trovato lavoro all’estero.

Il Veneto è inoltre una delle poche regioni a fornire un monitoraggio puntuale con i principali dati sull’andamento dell’iniziativa, diffusi mensilmente in infografica e trimestralmente all’interno di un report più esteso. L’ultima pubblicazione è relativa al primo trimestre 2018 ed è disponibile sul sito www.garanziagiovaniveneto.it.

(articolo pubblicato su www.cliclavoroveneto.it)

IL TIROCINIO E’ UNO STRUMENTO DI INSERIMENTO AL LAVORO EFFICACE?

Photo by Headway on UnsplashLo scorso primo gennaio sono entrate in vigore in Veneto le nuove disposizioni in materia di tirocini, nate con l’obiettivo di riqualificare tale strumento e combattere gli abusi cui si è assistito negli utlimi anni. La normativa definisce espressamente il tirocinio una “misura formativa di politica attiva del lavoro”, che non costituisce un vero e proprio rapporto di lavoro.

In attesa di poter verificare gli effetti delle nuove norme, uno studio di Veneto Lavoro ci aiuta a capire la portata del fenomeno, analizzando caratteristiche ed esiti occupazionali dei tirocini attivati in Veneto tra il 2013 e il 2015.

Emerge innanzitutto la significativa crescita dei tirocini attivati in regione, passati dai 27 mila del 2013 agli oltre 38 mila del 2015, con un costante aumento di quelli strettamente connessi a specifiche misure di politica per il lavoro messe in campo dalla Regione del Veneto (oltre 7 mila nel 2015, di cui il 90% nell’ambito di Garanzia Giovani Veneto). Ad aumentare sono anche le imprese che vi fanno ricorso, circa 19 mila nel 2015, e il terziario risulta l’ambito tipico di impiego, con 24 mila tirocini attivati da parte di 12.500 imprese concentrate nei settori del commercio, del turismo e delle attività professionali.

Una tendenza che negli ultimi anni non ha accennato a diminuire: nei primi nove mesi del 2017 i tirocini attivati in Veneto sono stati 35.300, rispettivamente il 21% e il 31% in più rispetto agli stessi periodi del 2016 e del 2015, con Padova, Treviso e Vicenza i territori nei quali si concentra il maggior numero di attivazioni.

A contribuire all’espansione dei tirocini sono stati anche gli effetti del programma Garanzia Giovani Veneto, del quale rappresentano una delle misure previste proprio in virtù del loro carattere formativo. Quelli attivati nell’ambito dell’iniziativa, tra maggio 2014 e settembre 2017, sono stati 11.350.

Non è un caso allora se la maggior parte dei tirocinanti sono giovani italiani tra i 20 e i 25 anni, diplomati e laureati, ma negli ultimi anni è aumentato anche il numero dei trentenni, quarantenni e over 50 coinvolti. Nella metà dei casi si tratta di persone disoccupate o alla ricerca del primo impiego. I tirocini, generalmente della durata di 6 mesi e con orario full time, riguardano soprattutto le qualifiche di impiegato, le professioni qualificate nei servizi e quelle tecniche, e incidono maggiormente per figure quali docenti e ricercatori, ingegneri e architetti, chimici, fisici e matematici.

Ma il tirocinio serve davvero a trovare in seguito un’occupazione più stabile? I dati di Veneto Lavoro dicono che in 7 casi su 10 al tirocinio è seguita una nuova esperienza di lavoro. Sui 69.834 tirocinanti del triennio 2013-2015, infatti, 48.054 (il 69%) hanno continuato a lavorare o trovato un lavoro entro un anno dalla conclusione del tirocinio, molti dei quali all’interno della stessa impresa. La percentuale è superiore (74%) per i tirocini attivati nell’ambito di Garanzia Giovani Veneto, anche se in questo caso ci vuole più tempo per trovare lavoro e meno frequentemente accade all’interno della stessa azienda nella quale si è svolto lo stage. Bisogna considerare, però, che il Programma, partito ufficialmente a maggio 2014, ha dovuto scontare una partenza a rilento, a causa di alcune difficoltà burocratiche e amministrative, e che i dati sui tirocini si riferiscono proprio al primo anno di entrata in vigore.

Nella maggior parte dei casi al tirocinio ha fatto seguito un contratto a tempo determinato (28%) o, soprattutto in caso di impiego nella stessa azienda, di apprendistato (26%), mentre la quota di contratti a tempo indeterminato risulta più marginale (9%). Ricollocarsi è più facile per i giovani italiani con livelli di istruzione elevati.

Non sempre tutto va per il meglio: per 22 mila lavoratori, infatti, il tirocinio ha rappresentato l’ultima o l’unica opportunità di impiego. C’è poi chi dalla “giostra” dei tirocini non riesce più a uscire. Nell’arco del triennio considerato, 13 tirocinanti su 100 hanno svolto tre o più tirocini, restando imbrigliati in un ripetersi di esperienze temporanee dal dubbio valore formativo e poco utili alla propria carriera professionale.

Il tema, dunque, sembra essere proprio questo: quando caratterizzato da un giusto connubio tra formazione e lavoro, ossia quando si configura come un’esperienza di lavoro realmente formativa e propedeutica ad un’occupazione più stabile, il tirocinio si rivela uno strumento utile non solo per far entrare in contatto i giovani in uscita dai percorsi di istruzione e formazione con il mondo del lavoro ma anche per aiutare disoccupati e inoccupati più adulti a reinserirsi nel mercato del lavoro. In caso contrario rischia di rivelarsi un’isolata esperienza lavorativa.

(articolo pubblicato su www.cliclavoroveneto.it)

IL MERCATO DEL LAVORO VENETO NEL 2017: UN ANNO DI BUONE NOTIZIE

Mercato lavoro Veneto anno 2017Per il mercato del lavoro veneto il 2017 è stato un anno di buone notizie: gli indicatori occupazionali sono positivi, dal recupero dei posti persi durante la crisi alla diminuzione delle crisi aziendali, e la distanza tra mondo della scuola e mondo del lavoro, da sempre ritenuta un elemento di criticità per lo sviluppo del mercato del lavoro italiano, sembra gradualmente ridursi, soprattutto grazie alle eccezionali performance registrate dagli Istituti Tecnici Superiori e all’entrata a regime dell’alternanza scuola-lavoro. Certo, la disoccupazione resta un problema per migliaia di persone (i disoccupati iscritti ai Centri per l’Impiego della regione sono quasi 300 mila) e siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi, ma alcuni traguardi raggiunti nell’ultimo anno sembrano dirci che la strada intrapresa è quella giusta.

Sul fronte dell’occupazione possiamo finalmente affermare che il peggio è alle spalle. Tra giugno 2008 e fine 2014 l’emoraggia è stata continua e drammatica, ma a partire dal 2015, merito anche di un contesto economico in miglioramento e di un sistema imprenditoriale che per primo ha saputo cogliere i segnali di ripresa, è iniziata una lenta ma costante crescita che si è concretizzata proprio nel 2017, quando per la prima volta dopo nove anni esatti il numero dei posti di lavoro dipendente in regione ha superato i livelli raggiunti nel periodo pre crisi (dati Veneto Lavoro). Oggi ne contiamo 14 mila in più di allora, grazie soprattutto agli oltre 150 mila guadagnati negli ultimi tre anni. Un risultato che ha consentito non solo di recuperare integralmente quanto perso negli anni della crisi, ma anche di dare avvio a una nuova fase di crescita. Il tasso di disoccupazione, inoltre, si conferma tra i più bassi d’Italia.

Certo, in questi anni il mondo del lavoro è cambiato profondamente e continua a cambiare. La crisi ha contribuito ad accelerare un processo di terziarizzazione, tuttora in atto, che ha fatto sì che la crescita si concentrasse nel settore dei servizi, in primis commercio, turismo e servizi alla persona, a scapito dell’industria, che pure negli ultimi anni ha ripreso a crescere in maniera significativa e si trova ora ad affrontare con fiducia la sfida della trasformazione tecnologica. Ma questo di per sé non è un segnale negativo per il mercato del lavoro veneto, che prima della crisi era fortemente sbilanciato lato industria manifatturiera. Oggi, inoltre, la vita lavorativa di un individuo è fatta spesso di carriere professionali discontinue, tra un contratto e l’altro, e il posto fisso, così come concepito un tempo, non esiste più. Ma se è vero che a crescere è soprattutto il lavoro a termine, come risposta alle esigenze delle imprese che in una fase di ripresa economica ancora incerta tendono a preferire contratti più flessibili, in Veneto, a differenza di quanto accade in altre regioni italiane, ad aumentare sono anche contratti più stabili, come il tempo indeterminato, che si mantiene sui livelli raggiunti a fine 2015 sotto la spinta degli incentivi, e l’apprendistato, che sta tornando a rappresentare il canale privilegiato per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.

I giovani, a proposito. Il loro inserimento occupazionale rimane problematico e spesso si compone di periodi di lavoro, formazione e inattività. Ma qui la crescita coinvolge anche loro. Il tasso di disoccupazione giovanile è al 18,7% contro il 37,8% della media nazionale e nei primi nove mesi del 2017 le assunzioni di under 30 sono cresciute del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il numero di Neet, giovani che non studiano e non lavorano, è in costante diminuzione e in Veneto il programma Garanzia Giovani ha dimostrato di funzionare meglio che altrove. Il tema non è tanto, o non solo, garantire ai giovani, così come a qualunque altro disoccupato, un sostegno al reddito di tipo ‘passivo’, quanto quello di favorire la transizione dal mondo della scuola a quello del lavoro e da un posto di lavoro a un altro. Come? Rafforzando il legame scuola-impresa e attraverso un sistema di politiche attive efficiente e in grado di generare un meccanismo di attivazione del lavoratore.

Nel primo caso, l’esempio degli ITS , gli Istituti Tecnici Superiori ribattezzati “Academy” proprio lo scorso anno, è emblematico: 8 diplomati su 10 trovano lavoro entro un anno e nell’arco di 24 mesi il tasso di occupazione raggiunge il 100%, come non accade per nessun altro percorso formativo. Questo perché si tratta di scuole ad alta specializzazione tecnologica strettamente collegate al mondo del lavoro e ai settori strategici per lo sviluppo del Paese, in cui la maggior parte dei docenti sono imprenditori o liberi professionisti. E, anche in questo caso, in Veneto funzionano meglio che altrove: tra i primi 10 ITS in Italia per qualità dei percorsi e risultati occupazionali 4 sono veneti.

Riguardo agli interventi di politica attiva destinati alla rioccupazione dei lavoratori, sia a livello nazionale che regionale si va verso un cambio di logica: non più un’indennità di disoccupazione fine a sé stessa, ma “assegni” virtuali che incentivano il disoccupato ad attivarsi concretamente nella ricerca di un nuovo lavoro, anche con l’aiuto di tutor qualificati. L’assegno di ricollocazione sta entrando a regime in questi mesi su tutto il territorio nazionale, mentre in Veneto è partito già sul finire del 2017 l’Assegno per il Lavoro: il disoccupato si fa portatore di una dote virtuale che può “spendere” per acquistare servizi qualificati di assistenza alla ricollocazione (orientamento, formazione, aggiornamento delle competenze e accompagnamento al lavoro) da agenzie per il lavoro private accreditate. I soldi non vanno in tasca al disoccupato, ma vengono riconosciuti all’agenzia per il lavoro, solo a patto che la ricollocazione vada a buon fine, cioè solo se il disoccupato trova un nuovo lavoro (stabile).

L’impegno per il 2018 sarà quello di favorire il consolidamento di questi segnali positivi, sperando che il cambio di governo nazionale ponga rimedio a ciò che poteva essere fatto meglio, senza distruggere quanto di buono è stato fatto.

INNOVAZIONE E OCCUPAZIONE GIOVANILE IN VENETO

Innovazione e occupazione giovanileDue fattori hanno inciso profondamente negli ultimi anni sulle dinamiche del mercato del lavoro veneto, così come nel resto d’Italia: la caduta occupazionale dettata da quasi sei anni di crisi economica e le trasformazioni innescate da quelle innovazioni tecnologiche e organizzative che rientrano nel concetto di Industria 4.0. Ma se la crisi ha colpito in modo omogeneo tutto il territorio nazionale, con il Veneto che anzi ha dimostrato di reggerne meglio l’urto e di saper cogliere per primo i segnali di ripresa, quella che è stata definita la “quarta rivoluzione industriale” ha avuto un impatto particolarmente significativo sul famoso modello nordestino, a lungo capace di rappresentare il motore economico del Paese. Il tessuto produttivo veneto, costituito per la maggior parte da imprese manifatturiere di piccole e medie dimensioni, e per questo particolarmente esposto alla concorrenza internazionale, ha dovuto accettare la sfida del cambiamento per restare competitivo.

Ciò significa assecondare l’innovazione, e non osteggiarla, attraverso l’adozione di nuove tecnologie, l’investimento in macchinari e impianti, la promozione di una nuova cultura del lavoro in una logica 4.0, ma anche e forse soprattutto l’immissione nel mercato del lavoro di figure professionali con competenze e conoscenze adeguate ad accompagnare il cambiamento. Profili qualificati e altamente specializzati.

Alcuni dati di Veneto Lavoro sulle dinamiche occupazionali dei lavoratori laureati (e quindi, si suppone, in possesso di conoscenze più approfondite) sembrano mostrare che la strada intrapresa è quella giusta. Se i flussi di assunzione che hanno interessato i laureati si sono mantenuti stabili nel corso degli anni attorno al 15%, sono i saldi occupazionali di lavoro dipendente a fornirci un dato particolarmente interessante. Tra il 2008 e il 2016 in regione si sono guadagnate 10.400 posizioni lavorative, grazie soprattutto alla ripresa verificatasi nell’ultimo biennio, ma senza l’apporto garantito dai laureati il saldo sarebbe negativo per quasi 60.000 posizioni di lavoro. Il riflesso di tale dinamica è l’aumento di figure tecniche e professionali a fronte di una contrazione di quelle impiegatizie e soprattutto degli operai, specializzati e non. Una sorta di sostituzione tra risorse qualificate e meno qualificate si sta quindi verificando, anche se forse non alla velocità che il contesto economico richiederebbe.

Focalizzando lo sguardo sui più giovani, scopriamo che la laurea costituisce un plus importante per l’inserimento nel mercato del lavoro. I giovani sono interessati mediamente dal 35% delle assunzioni totali, ma sono quasi la metà dei laureati assunti, soprattutto in alcuni settori del terziario avanzato (servizi informatici, ricerca e sviluppo, attività professionali), ma anche in alcuni ambiti manifatturieri più tradizionali e specifici del territorio veneto. Sempre più frequentemente, inoltre, possedere un titolo di studio elevato fa aumentare le probabilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato: se nel 2008 la percentuale di laureati sul totale di giovani assunti a tempo indeterminato era del 14%, nel 2016 è risultata del 18%, a fronte di una contestuale diminuzione delle qualifiche più basse.

Tale tendenza non è certo soltanto un fenomeno veneto: una recente ricerca dell’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (ex Isfol), ha dimostrato che studiare conviene e che “l’investimento in istruzione migliora le prospettive occupazionali dei giovani under 35”, soprattutto nel caso delle donne e indipendentemente dal titolo di studio posseduto. Insomma la laurea non è soltanto “un pezzo di carta” come sempre più diffusamente si sostiene. Il problema, semmai, è che in Italia si laureano troppo pochi giovani e che il nostro Paese si trova ben al di sotto della media europea per numero di laureati (rapporto Ocse settembre 2017). E tra questi pochi, troppi sono i laureati in materie umanistiche, mentre i profili con competenze adeguate alle esigenze delle aziende scarseggiano. E questa è solo una delle possibili spiegazioni del fenomeno dello skills mismatch cui stiamo assistendo in questi anni.

Tornando all’occupazione giovanile, scopriamo inoltre che, al netto del titolo di studio, anche esperienze lavorative quali il tirocinio o attività formative di varia natura, come quelle previste da Garanzia Giovani, sembrano incidere sulle possibilità di trovare lavoro. In particolare, i dati di Garanzia Giovani Veneto dimostrano che partecipare attivamente al Programma fa aumentare le possibilità di ottenere un lavoro (oltre il 70% di quanti hanno usufruito di una delle misure previste ha trovato lavoro).

Combattere la disoccupazione giovanile significa quindi investire anche nel rafforzamento delle competenze e nello sviluppo di politiche attive efficaci. Del resto, seppure la fascia di popolazione giovane sia stata colpita più duramente delle altre, in Veneto non si può propriamente parlare di “emergenza”. Il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15 e i 29 anni sta scendendo a una velocità maggiore rispetto al resto d’Italia (nel 2016 si è attestato al 15,6% rispetto a una media nazionale del 28,4%), anche se siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi, e la percentuale di assunzioni di giovani under 30 sul totale delle assunzioni è sostanzialmente stabile (dal 40% del 2008 al 36% del 2016).

Gli incentivi introdotti nel 2015 hanno dimostrato che la politica degli sgravi contributivi può dare una spinta significativa all’occupazione giovanile, anche di lunga durata, ma non può bastare se non viene accompagnata da interventi strutturali e provvedimenti che rafforzino la formazione, le competenze e le conoscenze dei lavoratori più giovani. Per poter cavalcare l’onda del cambiamento e non farsene travolgere.

GARANZIA GIOVANI: PERCHÉ NON SI PUÒ PARLARE DI FALLIMENTO

In molti in questi giorni sono tornati a gridare al fallimento di Garanzia Giovani, appellandosi a uno studio del Senato (e ai relativi, come spesso accade, superficiali articoli di stampa) secondo cui il piano contro la disoccupazione giovanile avrebbe influito poco o nulla sulla probabilità dei giovani di trovare un lavoro. Un lettore attento si accorgerebbe però che, innanzitutto, lo studio prende in considerazione solo due regioni, Piemonte e Sardegna, per altro molto diverse tra loro, e che si basa su dati relativi ai primi 18 mesi dall’avvio del Programma, tra il 2014 e il 2015, quando l’iniziativa scontava alcune difficoltà iniziali legate a procedure e automatismi. Come logico che sia, il documento non usa mai la parola “fallimento”. Inoltre, fa una netta distinzione tra le due regioni: per il Piemonte conferma che, seppure in misura limitata (5 punti percentuali), dall’avvio di Garanzia Giovani le probabilità di trovare lavoro per i disoccupati under 29 sono aumentate, a differenza che per le altre fasce di popolazione. Mentre per la Sardegna l’introduzione del Programma sembra non aver influito in alcun modo.

Diverso è il ragionamento riguardante il contratto con cui i giovani entrano o rientrano nel mondo del lavoro: Garanzia Giovani non ha contribuito in alcun modo (nelle due regioni considerate) ad aumentare le probabilità di stipulare un contratto a tempo indeterminato, mentre ha determinato un aumento dei tirocini a dispetto dei contratti a tempo determinato di breve durata. Il che, di per sé, non rappresenta un aspetto negativo, a patto che i tirocini siano davvero formativi.

La realtà, nota, è che Garanzia Giovani funziona in modo diverso da regione a regione e che ce ne sono alcune dove i risultati sono buoni. Il Veneto è tra queste. La quasi totalità dei giovani che hanno presentato un’adesione valida è stata “presa in carico”, come si dice in gergo, dai servizi per l’impiego, soprattutto pubblici, e i dati sugli esiti occupazionali dimostrano che partecipare al Programma aumenta in qualche modo la possibilità di trovare lavoro. Sul numero dei giovani a cui viene proposta una qualche attività c’è ancora da lavorare, ma già il fatto che migliaia di giovani tornino a considerare gli ex uffici di collocamento un valido strumento per trovare lavoro, credo lo si possa considerare un successo.

Per chi volesse approfondire, Regione del Veneto e Veneto Lavoro pubblicano mensilmente un report di monitoraggio dell’iniziativa sul sito www.garanziagiovaniveneto.it/report-monitoraggio, i cui dati più significativi sono riassunti nell’infografica qui sotto tratta dal report stesso.

Il mito del posto fisso

C’è chi sull’argomento ha girato anche un film di successo, ma la convinzione che gli italiani ambiscano a un contratto di lavoro a tempo indeterminato, meglio se nella Pubblica Amministrazione, perché garanzia di “posto fisso” comincia a vacillare. Il mercato del lavoro ha subito forti trasformazioni negli ultimi anni, in primo luogo per le ripercussioni della lunga crisi economico-occupazionale che ha colpito anche il nostro Paese tra il 2008 e il 2014, ma anche per le innovazioni tecnologiche che lo stanno tuttora interessando. Cambiare lavoro non è più considerata una condizione straordinaria, il più delle volte subita passivamente dal lavoratore con il relativo carico psicologico e sociale che tale cambiamento comporta, ma un normale aspetto del mercato del lavoro globalizzato, in un’ottica di flexicurity che in Italia fatica ancora ad affermarsi, da un lato per una domanda di lavoro carente e dall’altro per un problema di skill mismatch.

Che il rapporto a tempo indeterminato non rappresenti più la garanzia di un posto di lavoro stabile nel tempo e, di conseguenza, un’ambizione primaria per i lavoratori italiani è confermato da due recenti ricerche.

Secondo l’indagine trimestrale di Randstad sul mondo del lavoro, che ha coinvolto 400 lavoratori tra i 18 e i 65 anni, 3 italiani su 4 non credono più al posto fisso, perché consapevoli che la flessibilità richiesta dal mercato del lavoro attuale debba spingere i lavoratori a trovare soluzioni alternative per restare competitivi. Investire in formazione o emigrare all’estero sono alcune di esse. Una carriera lineare all’interno della stessa azienda o istituzione non è più un percorso dato per scontato e a rendersene conto sono soprattutto le donne e gli over 45. Certo, la disoccupazione fa ancora paura: l’85% degli intervistati accetterebbe di buon grado un contratto a termine pur di non restare senza lavoro, mentre il 44% sarebbe pronto a ridursi lo stipendio pur di mantenere il proprio posto.

Quel che sorprende di più, è che la gran parte di quanti lasciano un posto a tempo indeterminato lo fa di propria volontà. I dati dell’approfondimento statistico dell’Osservatorio di Veneto Lavoro sulle durate dei rapporti a tempo indeterminato evidenziano infatti come oltre il 50% dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato cessati in Veneto tra il 2009 e il 2016 si sia chiuso a causa delle dimissioni del lavoratore, a fronte di un 30% di casi di licenziamento (disciplinare, economici e collettivi). E il contratto a tempo indeterminato si rivela tutt’altro che duraturo: uno su tre non raggiunge neppure l’anno di vita, mentre ha buone probabilità di essere davvero “per sempre” solo dal sesto anno in poi.

Gli italiani sono dunque maturi per far fronte alle mutate condizioni del mercato del lavoro e alla flessibilità che esso richiede? Sembrerebbe di sì, purché la possibilità di cambiare lavoro fosse davvero una strada percorribile e non, come spesso ancora accade, un salto nel vuoto senza garanzie di successo.

Occupazione in crescita, ma il boom è di contratti a termine e lavoro a chiamata

Occupazione in crescita nel 2017Nel 2017 l’occupazione continua a crescere, confermando il trend mostrato negli ultimi due anni. La conferma arriva dalla Nota congiunta di Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Inps e Inail relativa al primo trimestre dell’anno, che segue quanto già anticipato a livello regionale dalla Bussola di Veneto Lavoro pubblicata nel maggio scorso.

Il tasso di occupazione si è attestato al 57,6% (65,3% in Veneto), in leggera crescita rispetto al trimestre precedente, anche se rimane lontano dal valore massimo dell’ultimo decennio, toccato nel secondo trimestre del 2008 (58,8%). Sostanzialmente stabile invece il tasso di disoccupazione (12,1% media italiana, 6,7% in Veneto). Aumenta, complessivamente, il livello di partecipazione al mercato del lavoro, sia per l’aumento degli occupati (+326 mila rispetto allo stesso periodo del 2016) che delle persone in cerca di lavoro (+51 mila), a fronte di un calo degli inattivi (-473 mila).

I risultati positivi registrati nel primo trimestre dell’anno sotto il profilo occupazionale sono stati favoriti da un contesto economico in miglioramento, con il Pil nazionale cresciuto dello 0,4% in termini congiunturali e dell’1,2% su base tendenziale.

L’aumento, come accade ormai da alcuni trimestri, è in larga parte attribuile al lavoro dipendente e in particolare ai contratti a termine. Complessivamente, infatti, su un totale di 335 mila posti di lavoro guadagnati nel trimestre, 231 mila sono a tempo determinato. Stessa tendenza in Veneto, dove i contratti a tempo determinato sono cresciuti del 15% contribuendo a un saldo positivo per 46 mila posti di lavoro dipendente (miglior risultato dal 2009 per quanto riguarda il primo trimestre dell’anno).

L’occupazione è cresciuta principalmente nel settore dei servizi e in misura marginale nell’industria, mentre agricoltura e costruzioni mostrano una lieve flessione. Non in Veneto, però, dove l’unico comparto in difficoltà si conferma il credito, anche per le note vicende che interessano due grandi istituti bancari. Dopo due trimestri di calo, l’occupazione cresce anche a livello giovanile (+1,7% nella fascia d’età 15-34 anni), mentre tra gli over 50 (+4,3%) è in gran parte spiegabile dall’invecchiamento della popolazione e dall’allungamento dell’età pensionabile.

Prosegue invece il calo del lavoro indipendente (-17 mila nel trimestre). Una tendenza in atto ormai da diversi anni, come confermano i dati dell’Osservatorio sul lavoro autonomo dell’Inps che certificano per il 2016 un calo degli artigiani del 2,3% rispetto al 2015 e del 4,2% rispetto al 2014. Più lieve la diminuzione dei commercianti: -0,6% sul 2015 e -0,7% sul 2014.

Un fenomeno rilevante è quello dell’impennata del lavoro intermittente o a chiamata quale conseguenza dello stop ai voucher. Tale circostanza era già stata evidenziata a livello regionale dallo studio dell’Osservatorio di Veneto Lavoro pubblicato a maggio ed è ora confermato su base nazionale dai dati della Nota congiunta: dopo 4 anni di progressiva riduzione, questa tipologia contrattuale è cresciuta nel primo trimestre del 2017 del 13,1%, andando a coprire parte dello spazio precedentemente occupato dal lavoro accessorio. In Veneto, tra gennaio e aprile si sono registrate quasi 20.000 attivazioni di rapporti di lavoro intermittente, di cui oltre la metà dopo il 18 marzo 2017, data di entrata in vigore del decreto legge che ha abrogato il lavoro accessorio. Come evidenziato dal Report dell’Osservatorio sul precariato Inps, l’abolizione dei voucher ha inoltre influito sull’aumento registrato per altre tipologie contrattuali, quali la somministrazione, il tempo determinato e l’apprendistato, con la conseguente riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi registrati nel 2015 quando era in vigore il generoso esonero contributivo triennale.

Nella Nota congiunta, infine, anche i dati su infortuni e morti sul lavoro: secondo i dati Inail, gli infortuni accaduti e denunciati in tutta Italia nel primo trimestre dell’anno sono stati 134 mila (+5,9% rispetto all’anno precedente), mentre le “morti bianche” sono state 190 contro le 169 del 2016.

(articolo pubblicato su www.cliclavoroveneto.it)

I traguardi raggiunti e le occasioni perse dalla nuova riforma sul lavoro autonomo

Jobs Act lavoro autonomoIl cambiamento è anzitutto culturale: professionisti, autonomi e freelance sono lavoratori come tutti gli altri, ai quali è legittimo e doveroso garantire minime tutele e diritti. E non mi riferisco a quel complesso e variegato fenomeno del welfare aziendale, ma a diritti basilari quali la validità di un contratto reso in forma scritta, la certezza dei pagamenti, la possibilità di mantenere attivo un rapporto di lavoro anche in caso di gravidanza, infortunio o malattia.

Si tratta di ricucire quello strappo tra lavoratori di serie A ipertutelati e quel popolo di precari di serie B che gli anni di crisi non hanno fatto altre che infoltire, spesso in nome di una presunta flessibilità poi rivelatasi, in molti casi, soltanto una maschera che nascondeva precarietà se non vero e proprio sfruttamento. Una sorta di flexinsecurity.

Il “Jobs Act” del lavoro autonomo risponde innanzitutto, pur senza risolverle del tutto, a queste problematiche.

I pagamenti dovranno avvenire entro un termine concordato, comunque inferiore ai 60 giorni. Se i tempi non sono stabiliti, la scadenza è fissata in 30 giorni. Se si va oltre, il professionista può richiedere il risarcimento del danno.

Il contratto non può essere modificato unilateralmente dal committente, il quale non può rifiutarsi di sottoscriverlo in forma scritta se richiesto dal professionista. Per incarichi continuativi, non potrà esserci recesso senza congruo preavviso.

Gravidanza, malattia e infortunio non comporteranno l’estinzione automatica del rapporto di lavoro, che potrà essere mantenuto, senza diritto al corrispettivo, per un massimo di 150 giorni per anno solare. Nei casi più gravi, inoltre, si potrà sospendere il versamento dei contributi.

I congedi parentali vengono estesi a 6 mesi e potranno essere fruiti entro il terzo anno di età del bambino. La mamma lavoratrice potrà scegliere se fermarsi o continuare a lavorare e in ogni caso non perderà il diritto all’indennità. Inoltre, potrà scegliersi da sola un eventuale sostituta per il periodo della maternità.

Le spese per la formazione e l’aggiornamento professionale (particolarmente importanti per chi esercita la libera professione) saranno totalmente deducibili, fino a un massimo di 10.000 euro annui.

La Dis-coll, l’indennità di disoccupazione riservata ai collaboratori, sarà estesa da luglio anche ad assegnisti e dottorandi di ricerca universitari.

Fin qui i punti positivi di questa riforma, ma non mancano lati oscuri e occasioni perse.

La lacuna più evidente riguarda l’equo compenso, che è forse la misura più attesa dagli autonomi, nonché rilevante fonte di criticità per la categoria insieme ai mancati pagamenti. Per molti professionisti (giornalisti compresi) e partite Iva il problema non è rappresentato tanto dall’avere un lavoro quanto dalla mancanza di una retribuzione commisurata alla quantità e qualità della prestazione lavorativa. E nella nuova legge sul lavoro autonomo di questo tema non vi è traccia.

Inoltre, un conto è stabilire un termine entro il quale saldare le fatture, un altro far rispettare la norma, che in fin dei conti potrebbe finire col rappresentare solo un debole deterrente per il committente se non sarà accompagnata da un sistema sanzionatorio rapido ed efficace.

Anche il mantenimeno del rapporto di lavoro in caso di gravidanza, malattia o infortunio sarebbe una conquista importante se non vi fosse una piccola enorma clausola, esplicitata nel testo con la frase “fatto salvo il venir meno dell’interesse del committente”. Inutile spiegare come queste poche parole potrebbero rendere del tutto vano il proposito della norma.

Infine la Dis-coll, che viene sì resa strutturale e ampliata nella platea di destinatari, ma che comunque lascerà fuori una larga fetta di lavoratori autonomi, sostanzialmente chiunque non sia collaboratore, assegnista o dottorando.

Quello che è stato ribattezzato lo “Statuto dei lavoratori autonomi” rappresenta comunque un primo passo il riconoscimento di una tipologia di lavoro degna di tutele e diritti specifici, ma l’occasione poteva essere sfruttata meglio per dare piena dignità a un popolo di lavoratori che come e più di altri risulta oggi segnato dalla piaga della precarietà.

 

Per i dettagli delle misure introdotte dalla nuova legge, segnalo l’articolo di ClicLavoro Veneto, che riassume i provvedimenti più importanti: http://www.cliclavoroveneto.it/-/jobs-act-lavoratori-autonomi