INNOVAZIONE E OCCUPAZIONE GIOVANILE IN VENETO

Innovazione e occupazione giovanileDue fattori hanno inciso profondamente negli ultimi anni sulle dinamiche del mercato del lavoro veneto, così come nel resto d’Italia: la caduta occupazionale dettata da quasi sei anni di crisi economica e le trasformazioni innescate da quelle innovazioni tecnologiche e organizzative che rientrano nel concetto di Industria 4.0. Ma se la crisi ha colpito in modo omogeneo tutto il territorio nazionale, con il Veneto che anzi ha dimostrato di reggerne meglio l’urto e di saper cogliere per primo i segnali di ripresa, quella che è stata definita la “quarta rivoluzione industriale” ha avuto un impatto particolarmente significativo sul famoso modello nordestino, a lungo capace di rappresentare il motore economico del Paese. Il tessuto produttivo veneto, costituito per la maggior parte da imprese manifatturiere di piccole e medie dimensioni, e per questo particolarmente esposto alla concorrenza internazionale, ha dovuto accettare la sfida del cambiamento per restare competitivo.

Ciò significa assecondare l’innovazione, e non osteggiarla, attraverso l’adozione di nuove tecnologie, l’investimento in macchinari e impianti, la promozione di una nuova cultura del lavoro in una logica 4.0, ma anche e forse soprattutto l’immissione nel mercato del lavoro di figure professionali con competenze e conoscenze adeguate ad accompagnare il cambiamento. Profili qualificati e altamente specializzati.

Alcuni dati di Veneto Lavoro sulle dinamiche occupazionali dei lavoratori laureati (e quindi, si suppone, in possesso di conoscenze più approfondite) sembrano mostrare che la strada intrapresa è quella giusta. Se i flussi di assunzione che hanno interessato i laureati si sono mantenuti stabili nel corso degli anni attorno al 15%, sono i saldi occupazionali di lavoro dipendente a fornirci un dato particolarmente interessante. Tra il 2008 e il 2016 in regione si sono guadagnate 10.400 posizioni lavorative, grazie soprattutto alla ripresa verificatasi nell’ultimo biennio, ma senza l’apporto garantito dai laureati il saldo sarebbe negativo per quasi 60.000 posizioni di lavoro. Il riflesso di tale dinamica è l’aumento di figure tecniche e professionali a fronte di una contrazione di quelle impiegatizie e soprattutto degli operai, specializzati e non. Una sorta di sostituzione tra risorse qualificate e meno qualificate si sta quindi verificando, anche se forse non alla velocità che il contesto economico richiederebbe.

Focalizzando lo sguardo sui più giovani, scopriamo che la laurea costituisce un plus importante per l’inserimento nel mercato del lavoro. I giovani sono interessati mediamente dal 35% delle assunzioni totali, ma sono quasi la metà dei laureati assunti, soprattutto in alcuni settori del terziario avanzato (servizi informatici, ricerca e sviluppo, attività professionali), ma anche in alcuni ambiti manifatturieri più tradizionali e specifici del territorio veneto. Sempre più frequentemente, inoltre, possedere un titolo di studio elevato fa aumentare le probabilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato: se nel 2008 la percentuale di laureati sul totale di giovani assunti a tempo indeterminato era del 14%, nel 2016 è risultata del 18%, a fronte di una contestuale diminuzione delle qualifiche più basse.

Tale tendenza non è certo soltanto un fenomeno veneto: una recente ricerca dell’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (ex Isfol), ha dimostrato che studiare conviene e che “l’investimento in istruzione migliora le prospettive occupazionali dei giovani under 35”, soprattutto nel caso delle donne e indipendentemente dal titolo di studio posseduto. Insomma la laurea non è soltanto “un pezzo di carta” come sempre più diffusamente si sostiene. Il problema, semmai, è che in Italia si laureano troppo pochi giovani e che il nostro Paese si trova ben al di sotto della media europea per numero di laureati (rapporto Ocse settembre 2017). E tra questi pochi, troppi sono i laureati in materie umanistiche, mentre i profili con competenze adeguate alle esigenze delle aziende scarseggiano. E questa è solo una delle possibili spiegazioni del fenomeno dello skills mismatch cui stiamo assistendo in questi anni.

Tornando all’occupazione giovanile, scopriamo inoltre che, al netto del titolo di studio, anche esperienze lavorative quali il tirocinio o attività formative di varia natura, come quelle previste da Garanzia Giovani, sembrano incidere sulle possibilità di trovare lavoro. In particolare, i dati di Garanzia Giovani Veneto dimostrano che partecipare attivamente al Programma fa aumentare le possibilità di ottenere un lavoro (oltre il 70% di quanti hanno usufruito di una delle misure previste ha trovato lavoro).

Combattere la disoccupazione giovanile significa quindi investire anche nel rafforzamento delle competenze e nello sviluppo di politiche attive efficaci. Del resto, seppure la fascia di popolazione giovane sia stata colpita più duramente delle altre, in Veneto non si può propriamente parlare di “emergenza”. Il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15 e i 29 anni sta scendendo a una velocità maggiore rispetto al resto d’Italia (nel 2016 si è attestato al 15,6% rispetto a una media nazionale del 28,4%), anche se siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi, e la percentuale di assunzioni di giovani under 30 sul totale delle assunzioni è sostanzialmente stabile (dal 40% del 2008 al 36% del 2016).

Gli incentivi introdotti nel 2015 hanno dimostrato che la politica degli sgravi contributivi può dare una spinta significativa all’occupazione giovanile, anche di lunga durata, ma non può bastare se non viene accompagnata da interventi strutturali e provvedimenti che rafforzino la formazione, le competenze e le conoscenze dei lavoratori più giovani. Per poter cavalcare l’onda del cambiamento e non farsene travolgere.

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GARANZIA GIOVANI: PERCHÉ NON SI PUÒ PARLARE DI FALLIMENTO

In molti in questi giorni sono tornati a gridare al fallimento di Garanzia Giovani, appellandosi a uno studio del Senato (e ai relativi, come spesso accade, superficiali articoli di stampa) secondo cui il piano contro la disoccupazione giovanile avrebbe influito poco o nulla sulla probabilità dei giovani di trovare un lavoro. Un lettore attento si accorgerebbe però che, innanzitutto, lo studio prende in considerazione solo due regioni, Piemonte e Sardegna, per altro molto diverse tra loro, e che si basa su dati relativi ai primi 18 mesi dall’avvio del Programma, tra il 2014 e il 2015, quando l’iniziativa scontava alcune difficoltà iniziali legate a procedure e automatismi. Come logico che sia, il documento non usa mai la parola “fallimento”. Inoltre, fa una netta distinzione tra le due regioni: per il Piemonte conferma che, seppure in misura limitata (5 punti percentuali), dall’avvio di Garanzia Giovani le probabilità di trovare lavoro per i disoccupati under 29 sono aumentate, a differenza che per le altre fasce di popolazione. Mentre per la Sardegna l’introduzione del Programma sembra non aver influito in alcun modo.

Diverso è il ragionamento riguardante il contratto con cui i giovani entrano o rientrano nel mondo del lavoro: Garanzia Giovani non ha contribuito in alcun modo (nelle due regioni considerate) ad aumentare le probabilità di stipulare un contratto a tempo indeterminato, mentre ha determinato un aumento dei tirocini a dispetto dei contratti a tempo determinato di breve durata. Il che, di per sé, non rappresenta un aspetto negativo, a patto che i tirocini siano davvero formativi.

La realtà, nota, è che Garanzia Giovani funziona in modo diverso da regione a regione e che ce ne sono alcune dove i risultati sono buoni. Il Veneto è tra queste. La quasi totalità dei giovani che hanno presentato un’adesione valida è stata “presa in carico”, come si dice in gergo, dai servizi per l’impiego, soprattutto pubblici, e i dati sugli esiti occupazionali dimostrano che partecipare al Programma aumenta in qualche modo la possibilità di trovare lavoro. Sul numero dei giovani a cui viene proposta una qualche attività c’è ancora da lavorare, ma già il fatto che migliaia di giovani tornino a considerare gli ex uffici di collocamento un valido strumento per trovare lavoro, credo lo si possa considerare un successo.

Per chi volesse approfondire, Regione del Veneto e Veneto Lavoro pubblicano mensilmente un report di monitoraggio dell’iniziativa sul sito www.garanziagiovaniveneto.it/report-monitoraggio, i cui dati più significativi sono riassunti nell’infografica qui sotto tratta dal report stesso.

Il mito del posto fisso

C’è chi sull’argomento ha girato anche un film di successo, ma la convinzione che gli italiani ambiscano a un contratto di lavoro a tempo indeterminato, meglio se nella Pubblica Amministrazione, perché garanzia di “posto fisso” comincia a vacillare. Il mercato del lavoro ha subito forti trasformazioni negli ultimi anni, in primo luogo per le ripercussioni della lunga crisi economico-occupazionale che ha colpito anche il nostro Paese tra il 2008 e il 2014, ma anche per le innovazioni tecnologiche che lo stanno tuttora interessando. Cambiare lavoro non è più considerata una condizione straordinaria, il più delle volte subita passivamente dal lavoratore con il relativo carico psicologico e sociale che tale cambiamento comporta, ma un normale aspetto del mercato del lavoro globalizzato, in un’ottica di flexicurity che in Italia fatica ancora ad affermarsi, da un lato per una domanda di lavoro carente e dall’altro per un problema di skill mismatch.

Che il rapporto a tempo indeterminato non rappresenti più la garanzia di un posto di lavoro stabile nel tempo e, di conseguenza, un’ambizione primaria per i lavoratori italiani è confermato da due recenti ricerche.

Secondo l’indagine trimestrale di Randstad sul mondo del lavoro, che ha coinvolto 400 lavoratori tra i 18 e i 65 anni, 3 italiani su 4 non credono più al posto fisso, perché consapevoli che la flessibilità richiesta dal mercato del lavoro attuale debba spingere i lavoratori a trovare soluzioni alternative per restare competitivi. Investire in formazione o emigrare all’estero sono alcune di esse. Una carriera lineare all’interno della stessa azienda o istituzione non è più un percorso dato per scontato e a rendersene conto sono soprattutto le donne e gli over 45. Certo, la disoccupazione fa ancora paura: l’85% degli intervistati accetterebbe di buon grado un contratto a termine pur di non restare senza lavoro, mentre il 44% sarebbe pronto a ridursi lo stipendio pur di mantenere il proprio posto.

Quel che sorprende di più, è che la gran parte di quanti lasciano un posto a tempo indeterminato lo fa di propria volontà. I dati dell’approfondimento statistico dell’Osservatorio di Veneto Lavoro sulle durate dei rapporti a tempo indeterminato evidenziano infatti come oltre il 50% dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato cessati in Veneto tra il 2009 e il 2016 si sia chiuso a causa delle dimissioni del lavoratore, a fronte di un 30% di casi di licenziamento (disciplinare, economici e collettivi). E il contratto a tempo indeterminato si rivela tutt’altro che duraturo: uno su tre non raggiunge neppure l’anno di vita, mentre ha buone probabilità di essere davvero “per sempre” solo dal sesto anno in poi.

Gli italiani sono dunque maturi per far fronte alle mutate condizioni del mercato del lavoro e alla flessibilità che esso richiede? Sembrerebbe di sì, purché la possibilità di cambiare lavoro fosse davvero una strada percorribile e non, come spesso ancora accade, un salto nel vuoto senza garanzie di successo.

Occupazione in crescita, ma il boom è di contratti a termine e lavoro a chiamata

Occupazione in crescita nel 2017Nel 2017 l’occupazione continua a crescere, confermando il trend mostrato negli ultimi due anni. La conferma arriva dalla Nota congiunta di Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Inps e Inail relativa al primo trimestre dell’anno, che segue quanto già anticipato a livello regionale dalla Bussola di Veneto Lavoro pubblicata nel maggio scorso.

Il tasso di occupazione si è attestato al 57,6% (65,3% in Veneto), in leggera crescita rispetto al trimestre precedente, anche se rimane lontano dal valore massimo dell’ultimo decennio, toccato nel secondo trimestre del 2008 (58,8%). Sostanzialmente stabile invece il tasso di disoccupazione (12,1% media italiana, 6,7% in Veneto). Aumenta, complessivamente, il livello di partecipazione al mercato del lavoro, sia per l’aumento degli occupati (+326 mila rispetto allo stesso periodo del 2016) che delle persone in cerca di lavoro (+51 mila), a fronte di un calo degli inattivi (-473 mila).

I risultati positivi registrati nel primo trimestre dell’anno sotto il profilo occupazionale sono stati favoriti da un contesto economico in miglioramento, con il Pil nazionale cresciuto dello 0,4% in termini congiunturali e dell’1,2% su base tendenziale.

L’aumento, come accade ormai da alcuni trimestri, è in larga parte attribuile al lavoro dipendente e in particolare ai contratti a termine. Complessivamente, infatti, su un totale di 335 mila posti di lavoro guadagnati nel trimestre, 231 mila sono a tempo determinato. Stessa tendenza in Veneto, dove i contratti a tempo determinato sono cresciuti del 15% contribuendo a un saldo positivo per 46 mila posti di lavoro dipendente (miglior risultato dal 2009 per quanto riguarda il primo trimestre dell’anno).

L’occupazione è cresciuta principalmente nel settore dei servizi e in misura marginale nell’industria, mentre agricoltura e costruzioni mostrano una lieve flessione. Non in Veneto, però, dove l’unico comparto in difficoltà si conferma il credito, anche per le note vicende che interessano due grandi istituti bancari. Dopo due trimestri di calo, l’occupazione cresce anche a livello giovanile (+1,7% nella fascia d’età 15-34 anni), mentre tra gli over 50 (+4,3%) è in gran parte spiegabile dall’invecchiamento della popolazione e dall’allungamento dell’età pensionabile.

Prosegue invece il calo del lavoro indipendente (-17 mila nel trimestre). Una tendenza in atto ormai da diversi anni, come confermano i dati dell’Osservatorio sul lavoro autonomo dell’Inps che certificano per il 2016 un calo degli artigiani del 2,3% rispetto al 2015 e del 4,2% rispetto al 2014. Più lieve la diminuzione dei commercianti: -0,6% sul 2015 e -0,7% sul 2014.

Un fenomeno rilevante è quello dell’impennata del lavoro intermittente o a chiamata quale conseguenza dello stop ai voucher. Tale circostanza era già stata evidenziata a livello regionale dallo studio dell’Osservatorio di Veneto Lavoro pubblicato a maggio ed è ora confermato su base nazionale dai dati della Nota congiunta: dopo 4 anni di progressiva riduzione, questa tipologia contrattuale è cresciuta nel primo trimestre del 2017 del 13,1%, andando a coprire parte dello spazio precedentemente occupato dal lavoro accessorio. In Veneto, tra gennaio e aprile si sono registrate quasi 20.000 attivazioni di rapporti di lavoro intermittente, di cui oltre la metà dopo il 18 marzo 2017, data di entrata in vigore del decreto legge che ha abrogato il lavoro accessorio. Come evidenziato dal Report dell’Osservatorio sul precariato Inps, l’abolizione dei voucher ha inoltre influito sull’aumento registrato per altre tipologie contrattuali, quali la somministrazione, il tempo determinato e l’apprendistato, con la conseguente riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi registrati nel 2015 quando era in vigore il generoso esonero contributivo triennale.

Nella Nota congiunta, infine, anche i dati su infortuni e morti sul lavoro: secondo i dati Inail, gli infortuni accaduti e denunciati in tutta Italia nel primo trimestre dell’anno sono stati 134 mila (+5,9% rispetto all’anno precedente), mentre le “morti bianche” sono state 190 contro le 169 del 2016.

(articolo pubblicato su www.cliclavoroveneto.it)

I traguardi raggiunti e le occasioni perse dalla nuova riforma sul lavoro autonomo

Jobs Act lavoro autonomoIl cambiamento è anzitutto culturale: professionisti, autonomi e freelance sono lavoratori come tutti gli altri, ai quali è legittimo e doveroso garantire minime tutele e diritti. E non mi riferisco a quel complesso e variegato fenomeno del welfare aziendale, ma a diritti basilari quali la validità di un contratto reso in forma scritta, la certezza dei pagamenti, la possibilità di mantenere attivo un rapporto di lavoro anche in caso di gravidanza, infortunio o malattia.

Si tratta di ricucire quello strappo tra lavoratori di serie A ipertutelati e quel popolo di precari di serie B che gli anni di crisi non hanno fatto altre che infoltire, spesso in nome di una presunta flessibilità poi rivelatasi, in molti casi, soltanto una maschera che nascondeva precarietà se non vero e proprio sfruttamento. Una sorta di flexinsecurity.

Il “Jobs Act” del lavoro autonomo risponde innanzitutto, pur senza risolverle del tutto, a queste problematiche.

I pagamenti dovranno avvenire entro un termine concordato, comunque inferiore ai 60 giorni. Se i tempi non sono stabiliti, la scadenza è fissata in 30 giorni. Se si va oltre, il professionista può richiedere il risarcimento del danno.

Il contratto non può essere modificato unilateralmente dal committente, il quale non può rifiutarsi di sottoscriverlo in forma scritta se richiesto dal professionista. Per incarichi continuativi, non potrà esserci recesso senza congruo preavviso.

Gravidanza, malattia e infortunio non comporteranno l’estinzione automatica del rapporto di lavoro, che potrà essere mantenuto, senza diritto al corrispettivo, per un massimo di 150 giorni per anno solare. Nei casi più gravi, inoltre, si potrà sospendere il versamento dei contributi.

I congedi parentali vengono estesi a 6 mesi e potranno essere fruiti entro il terzo anno di età del bambino. La mamma lavoratrice potrà scegliere se fermarsi o continuare a lavorare e in ogni caso non perderà il diritto all’indennità. Inoltre, potrà scegliersi da sola un eventuale sostituta per il periodo della maternità.

Le spese per la formazione e l’aggiornamento professionale (particolarmente importanti per chi esercita la libera professione) saranno totalmente deducibili, fino a un massimo di 10.000 euro annui.

La Dis-coll, l’indennità di disoccupazione riservata ai collaboratori, sarà estesa da luglio anche ad assegnisti e dottorandi di ricerca universitari.

Fin qui i punti positivi di questa riforma, ma non mancano lati oscuri e occasioni perse.

La lacuna più evidente riguarda l’equo compenso, che è forse la misura più attesa dagli autonomi, nonché rilevante fonte di criticità per la categoria insieme ai mancati pagamenti. Per molti professionisti (giornalisti compresi) e partite Iva il problema non è rappresentato tanto dall’avere un lavoro quanto dalla mancanza di una retribuzione commisurata alla quantità e qualità della prestazione lavorativa. E nella nuova legge sul lavoro autonomo di questo tema non vi è traccia.

Inoltre, un conto è stabilire un termine entro il quale saldare le fatture, un altro far rispettare la norma, che in fin dei conti potrebbe finire col rappresentare solo un debole deterrente per il committente se non sarà accompagnata da un sistema sanzionatorio rapido ed efficace.

Anche il mantenimeno del rapporto di lavoro in caso di gravidanza, malattia o infortunio sarebbe una conquista importante se non vi fosse una piccola enorma clausola, esplicitata nel testo con la frase “fatto salvo il venir meno dell’interesse del committente”. Inutile spiegare come queste poche parole potrebbero rendere del tutto vano il proposito della norma.

Infine la Dis-coll, che viene sì resa strutturale e ampliata nella platea di destinatari, ma che comunque lascerà fuori una larga fetta di lavoratori autonomi, sostanzialmente chiunque non sia collaboratore, assegnista o dottorando.

Quello che è stato ribattezzato lo “Statuto dei lavoratori autonomi” rappresenta comunque un primo passo il riconoscimento di una tipologia di lavoro degna di tutele e diritti specifici, ma l’occasione poteva essere sfruttata meglio per dare piena dignità a un popolo di lavoratori che come e più di altri risulta oggi segnato dalla piaga della precarietà.

 

Per i dettagli delle misure introdotte dalla nuova legge, segnalo l’articolo di ClicLavoro Veneto, che riassume i provvedimenti più importanti: http://www.cliclavoroveneto.it/-/jobs-act-lavoratori-autonomi

Una festa dei lavoratori… al lavoro


Oggi, 1° maggio, si celebra la Festa dei lavoratori, ricorrenza istituita nel 1889 per ricordare le vittime di pochi anni prima, quando negli Stati Uniti fu indetto uno sciopero generale per la rivendicazione di alcuni diritti: condizioni di lavoro più dignitose, maggiore sicurezza, ma soprattutto la riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere, quando la normalità prevedeva turni anche di 12/16 ore. Nei disordini che ne seguirono, in particolare a Chicago in quella che divenne nota come la rivolta di Haymarket, morirono manifestanti e poliziotti.

Da allora, fortunatamente la situazione è cambiata, ma come spesso accade lo spirito di questa ricorrenza è ben diverso da quello originario. Per certi versi, opposto. L’orario di lavoro (per chi ce l’ha, un lavoro) si sta allungando, con straordinari mal pagati o non pagati affatto, e per molti datori di lavoro o professionisti la festività non rappresenta più l’opportunità di un giorno di riposo, ma un’ulteriore e spesso imperdibile occasione di business, un’opportunità irrinunciabile per far quadrare i conti della propria azienda o attività. Anche per colpa di noi consumatori, che ci scandalizziamo al pensiero che si debba lavorare anche nei giorni di festa, ma che gioiamo nel poter passare il primo maggio a far shopping, andare al ristorante o fare la spesa. E così, anche quest’anno, migliaia di lavoratori, sempre gli stessi, saranno oggi al loro posto, con buona pace del tanto sbandierato principio di conciliazione dei tempi di vita e lavoro, che ci vede tutti d’accordo fin quando non entra in contrasto con i nostri interessi.

Non immagino una festa dei lavoratori in cui si debba necessariamente non lavorare, ma in cui chi lavora lo fa per propria libera scelta, perché deve fornire un servizio essenziale alla società o perché decide di dedicare parte del proprio tempo alle proprie passioni o al servizio del prossimo. Un giorno in cui protagonista sia non tanto il lavoro in sé, quanto il “diritto” al lavoro e i “diritti” dei lavoratori.

Voucher: alba e tramonto di un fenomeno incontrollato

voucher_wpIl 2016 si è confermato come l’anno dei voucher, i “buoni lavoro” attraverso i quali vengono retribuite le prestazioni di lavoro accessorio, introdotto nel 2003 dalla Legge Biagi per contrastare il lavoro sommerso e assicurare minime tutele previdenziali e assicurative ad alcune prestazioni occasionali e accessorie altrimenti prive di regolamentazione.

L’intenzione del legislatore era indubbiamente lodevole: riportare nella legalità quei piccoli lavoretti, brevi e saltuari (lavori domestici, giardinaggio, ripetizioni a domicilio, baby sitter ecc.), spesso retribuiti in nero e senza alcuna tutela per il lavoratore. Nacquero così (qualche anno più tardi, in realtà) i famigerati “voucher”: ticket di valore nominale e orario di 10 euro lordi che oltre alla retribuzione comprendono la copertura previdenziale presso l’Inps (13%), l’assicurazione presso l’Inail (7%) e una quota che va al concessionario gestore del servizio, ovvero all’Inps (5%). In tasca al lavoratore finiscono di fatto 7,50 euro per ogni ora lavorata.

Il problema è sorto negli anni seguenti quando la diffusione dei voucher è divenuta incontrollata e incontrollabile, anche in virtù delle novità normative introdotte dalla Legge Fornero del 2012 che ne hanno esteso l’utilizzo a tutti i settori economici e per qualsiasi attività lavorativa. A favorirne la crescita è stata probabilmente anche l’assenza pressoché totale di vincoli per il committente (datore di lavoro), ad eccezione di un massimo di 7.000 euro netti annui erogabili a un singolo lavoratore, ma senza alcun limite sul numero di voucheristi utilizzabili. Stesso vincolo per il lavoratore, che complessivamente non può percepire tramite voucher più di 7.000 euro netti l’anno, un limite precedentemente fissato a 5.000 euro e poi innalzato dal Jobs Act.

La conseguenza è stata il costante aumento del numero di voucher venduti, oltre il 60% in più ogni anno, e dei lavoratori coinvolti, passati dai circa 200 mila del 2011 agli oltre 1 milione e 300 mila del 2015. La crescita è proseguita anche nell’ultimo anno, seppure a ritmi più contenuti: secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul precariato Inps, i voucher venduti in Italia nel 2016 sono stati 133,8 milioni, il 23,9% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel 2008, tanto per comprenderne la portata espansiva, ne erano stati venduti poco più di mezzo milione.

Nulla di male in sé, se non fosse che i voucher, evidentemente, non sono più utilizzati secondo quella che doveva essere la loro finalità originaria, ma in sostituzione di vere e proprie forme contrattuali, ben più onerose per il datore di lavoro, ma che garantiscono migliori retribuzioni e più tutele al lavoratore. Quel che è peggio è l’uso irregolare che spesso viene fatto dello strumento. Può accadere infatti (e spesso accade) che il datore di lavoro acquisti il voucher utilizzandolo poi effettivamente solo in caso di controllo da parte di un ispettore o per un numero di ore inferiore rispetto a quelle effettivamente lavorate, pagando il lavoratore in nero per quelle eccedenti. Un po’ come accade sugli autobus quando si timbra il biglietto solo se e quando si vede salire a bordo il controllore. Va da sé che in questo modo il lavoro accessorio rischi non solo di rivelarsi inefficace nella lotta al lavoro sommerso ma addirittura di alimentarlo.

Un pericolo che il Governo ha tentato di arginare introducendo a ottobre 2016 nuove regole in termini di tracciabilità, che prevedono l’obbligatorietà di comunicare almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione lavorativa i dati del lavoratore, luogo e orario di svolgimento. I primi dati diffusi dall’Inps dopo l’entrata in vigore delle nuove norme avevano fatto tirare un sospiro di sollievo al Ministro Poletti, in quanto avevano certificato una brusca frenata nelle vendite dei voucher proprio tra fine 2016 e inizio 2017. Una bella notizia per il Governo che li aveva sempre difesi ritenendoli un utile (quasi l’unico) strumento per contrastare il lavoro nero, ammettendo la necessità di qualche correttivo ma rigettando ogni ipotesi di abolizione totale. Fino al colpo di scena di questi giorni, quando la paura che un voto favorevole al referendum promosso dalla Cgil per l’eliminazione dei voucher potesse trasformarsi in un voto politico contro il Jobs Act e la stessa maggioranza (com’era avvenuto per il referendum del 4 dicembre), ha spinto il Governo a cancellare del tutto l’oggetto della consultazione. Il Consiglio dei Ministri ha approvato infatti un decreto legge che prevede, al termine di una fase transitoria, la totale abrogazione dei voucher. E così, i detrattori si sono trasformati in sostenitori del lavoro accessorio e chi invece lo aveva sempre difeso è diventato il responsabile della loro cancellazione.

Jobs Act: successo o fallimento? Ecco cosa ci dicono davvero i dati sull’occupazione nel 2016

Jobs Act: successo o fallimento?La recente pubblicazione dei dati Inps sull’occupazione ha scatenato il solito balletto di numeri sui media nazionali, che ancora una volta si sono lasciati andare a facili strumentalizzazioni, piegando i numeri alle esigenze di turno.

Per fare un po’ di chiarezza, conviene non fermarsi al titolone da prima pagina e il più delle volte nemmeno all’articolo, ma andare ad analizzare i dati in modo più approfondito.

Partiamo dagli aspetti più evidenti e significativi di quanto accaduto nel 2016 sul mercato del lavoro italiano:

  1. il numero di assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato è crollato rispetto al 2015, notoriamente un anno record in virtù del generoso esonero contributivo integrale di durata triennale. Nel 2016 ci sono state 1,2 milioni di assunzioni, in calo del 38% rispetto agli oltre 2 milioni registrati l’anno precedente, e 460 mila trasformazioni a fronte delle 672 mila del 2015. Complessivamente, il calo è stato del 36%;
  2. Nonostante il crollo delle assunzioni, la crescita dei posti di lavoro osservata nel 2016 ha interessato anche i contratti a tempo indeterminato: +83.000. Si tratta di un dato enormemente inferiore a quello del 2015, quando il saldo era di +934.000 contratti, ma superiore a quello del 2014, quando gli incentivi non c’erano ancora e il saldo era stato addirittura negativo, con la perdita di quasi 41.000 posti a tempo indeterminato;
  3. Al calo del tempo indeterminato si è accompagnata la ripresa dei contratti a termine: le assunzioni a tempo determinato sono state 3,7 milioni, in crescita sia rispetto al 2015 (+8%) che al 2014 (+11%).

Quali conclusioni possiamo trarne?

Ha ragione chi dice che l’effetto del Jobs Act è già svanito e che senza incentivi siamo destinati a un mercato del lavoro dominato dal precariato o chi difende la riforma sbandierando i quasi 2 milioni di posti di lavoro dipendente, di cui la metà a tempo indeterminato, creati nell’arco dei due anni?

Verrebbe da dire che nessuna delle due tesi è corretta, ma la risposta va articolata.

La consistenza dell’esonero contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2015 ha sicuramente inciso non solo sui dati di quell’anno, rendendo l’indeterminato più vantaggioso rispetto a forme di lavoro più precarie, ma anche su quelli dell’anno successivo, perché in molti casi ha spinto i datori di lavoro ad anticipare assunzioni già programmate con l’obiettivo di usufruire di un incentivo che l’anno seguente sarebbe stato molto meno generoso. La conferma arriva dai dati: nel 2015 la percentuale di assunzioni e trasformazioni che hanno beneficiato dell’esonero contributivo sul totale dei nuovi rapporti a tempo indeterminato è stata del 61%, mentre l’anno successivo è scesa al 37,5%. Per le stesse ragioni, nel 2016 abbiamo assistito alla ripresa di altre forme contrattuali di lavoro dipendente che l’anno precedente erano state penalizzate dalla concorrenza del tempo indeterminato. È il caso dell’apprendistato e del tempo determinato, per i quali si sono registrati da un lato l’incremento delle assunzioni e dall’altro la riduzione di trasformazioni a tempo indeterminato.

La valutazione andrebbe fatta quindi su base biennale, confrontando il biennio 2015-2016, nel quale era possibile usufruire dello sgravio contributivo, seppure in misura variabile, con il biennio precedente, durante il quale non era in vigore alcuna agevolazione. Ebbene, tra il 2015 e il 2016 si sono registrati oltre un milione di posti di lavoro a tempo indeterminato in più, mentre il saldo dei due anni precedenti è leggermente negativo (-6.700 posti di lavoro).

In conclusione,  gli incentivi sono sicuramente serviti a dare nuovo slancio al lavoro stabile, ma dire che il Jobs Act ha determinato un’inversione di tendenza con effetti duraturi sul mercato del lavoro italiano è tutta un’altra storia.

La vera sfida non è vedere cosa è cambiato tra il 2015 e il 2016, due anni che vanno osservati nel loro insieme, ma scoprire cosa accadrà nel 2018 quando l’effetto dell’esonero contributivo (triennale a partire dal 2015 e biennale dal 2016) inizierà a venir meno. Se assisteremo a licenziamenti di massa per posizioni a tempo indeterminato (ipotesi al momento poco probabile, in realtà) potremo considerare il Jobs Act un fallimento e ricondurre i segnali positivi registrati nell’ultimo biennio solo ed esclusivamente alla convenienza degli incentivi. Se i posti creati in questi anni saranno invece mantenuti, sarà lecito affermare che la spinta garantita in un primo momento dalle agevolazioni è effettivamente servita a creare le condizioni per un mercato del lavoro più stabile e duraturo.

E voi cosa ne pensate?

Lavoro: +189 mila occupati nel secondo trimestre 2016

dati_istat_modSegnali positivi per il mercato del lavoro italiano nel secondo trimestre 2016. Lo dicono i dati Istat secondo i quali gli occupati sono 189 mila in più rispetto rispetto al trimestre precedente e +439 mila su base annua. Su quest’ultimo dato però influisce, e non poco, la crescita dei contratti a tempo indeterminato (+308 mila), che risentono ancora del boom registrato nel 2015 grazie soprattutto agli sgravi contributivi, particolarmente generosi fino a dicembre e poi dimezzati per l’anno in corso 2016. Non è un caso, infatti, che i primi mesi del 2016 abbiano mostrato un rallentamento, se non una vera e propria inversione di tendenza sul tempo indeterminato.

Le buone notizie, comunque, proseguono sul fronte degli inattivi, ovvero chi non lavora e non è in cerca di un’occupazione: oggi sono circa 13 milioni e 500 mila, l’1,6% in meno rispetto allo scorso trimestre. Significa che centinaia di migliaia di persone in età lavorativa hanno trovato un’occupazione o si sono almeno messe in moto per trovarne una. Parallelamente, scende il tasso di disoccupazione, che si attesta all’11,5%.

L’incremento degli occupati riguarda sia i lavoratori dipendenti che gli autonomi e si è rivela più consistente nel Mezzogiorno (+1,4%) piuttosto che al Centro (+0,8%) e al Nord (+0,6%).

A fotografare il quadro della situazione in Veneto ci ha pensato invece l’Osservatorio di Veneto Lavoro, che nella Bussola pubblicata a inizio settembre ha evidenziato l’andamento del mercato del lavoro regionale nel secondo trimestre 2016. Anche in questo caso, il saldo trimestrale risulta positivo, con 24.500 posizioni di lavoro dipendente in più, ma il confronto con il 2015 è impietoso: allora il saldo era di 34.400 posti di lavoro guadagnati, le assunzioni erano state il 9% in più e i contratti a tempo indeterminato risentivano dell’effetto benefico degli incentivi (44.300 contratti tra assunzioni e trasformazioni contro i 29.200 del periodo aprile-giugno 2016). Insomma, se pure positivi, i dati del 2016 mostrano un rallentamento o quantomeno una normalizzazione dei flussi occupazionali, come del resto era lecito attendersi dopo un 2015 da record e scopriremo in seguito se ‘gonfiato’ dall’esonero contributivo.

Da non sottovalutare la crescita dei voucher, una forma di pagamento delle prestazioni lavorative sempre più diffusa: nel 2008 ne erano stati venduti poco più di 500.000, nel primo semestre 2016 siamo arrivati a quasi 70 milioni, il 40% in più rispetto alla prima metà del 2015. Dovevano servire a regolarizzare piccoli lavoretti e prestazioni occasionali, soprattutto in agricoltura, sembrano essere finiti col nascondere ampie fette di lavoro sommerso.

‘Neet’ who?

neetCon l’avvio nel 2014 del Programma nazionale contro la disoccupazione giovanile ‘Garanzia Giovani’, alla ribalta della cronaca è salito il termine Neet… ma cosa vuol dire?

Il termine deriva dall’inglese ed è l’acronimo di Not in Education, Employment or Training. Chi ha un minimo di dimestichezza con la lingua può quindi aver già intuito di chi stiamo parlando: letteralmente potremmo tradurre con “chi non è inserito in un contesto educativo, lavorativo o formativo”. Semplificando al massimo e considerando che il termine è associato in Italia a giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, potremmo quindi intendere che Neet sono tutti quei giovani che non studiano e non lavorano.

Con alcune precisazioni. Da un punto di vista statistico, l’Istat considera tali coloro che non lavorano e non hanno frequentato alcun corso di istruzione o formazione nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento dell’indagine statistica. In Italia sarebbero oltre 2 milioni, più donne che maschi, molti residenti nel Sud Italia, con un basso titolo di studio e con un’età compresa tra i 25 e i 29 anni. Di questi 2 milioni, 890 mila sono disoccupati, ovvero giovani senza un lavoro ma attivamente impegnati a cercarne uno, 690 mila non cercano un impiego ma sarebbero disponibili a lavorare sin da subito o cercano lavoro ma non sono subito disponibili, e 520 mila non cercano e non sono interessati a lavorare (principalmente si tratta di mamme con figli piccoli).

È evidente che Garanzia Giovani si rivolge alla prima categoria e a parte della seconda. Sul fatto che il Programma abbia funzionato o meno vi rimando alla lettura del mio post del maggio scorso. Basti accennare al fatto che in due anni i giovani che hanno aderito all’iniziativa sono stati quasi 1 milione e 200 mila, quelli presi in carico dai Centri per l’Impiego e quindi effettivamente coinvolti dal Programma sono stati 750.000 e quelli cui è stata offerta un’opportunità di formazione o di lavoro poco meno di 400.000, neanche 1 su 3. Per un’iniziativa che prometteva di “garantire” un’opportunità concreta a tutti i Neet non è propriamente un successone, ma forse l’errore risiede nella strategia di comunicazione iniziale.