Lavoro: +189 mila occupati nel secondo trimestre 2016

dati_istat_modSegnali positivi per il mercato del lavoro italiano nel secondo trimestre 2016. Lo dicono i dati Istat secondo i quali gli occupati sono 189 mila in più rispetto rispetto al trimestre precedente e +439 mila su base annua. Su quest’ultimo dato però influisce, e non poco, la crescita dei contratti a tempo indeterminato (+308 mila), che risentono ancora del boom registrato nel 2015 grazie soprattutto agli sgravi contributivi, particolarmente generosi fino a dicembre e poi dimezzati per l’anno in corso 2016. Non è un caso, infatti, che i primi mesi del 2016 abbiano mostrato un rallentamento, se non una vera e propria inversione di tendenza sul tempo indeterminato.

Le buone notizie, comunque, proseguono sul fronte degli inattivi, ovvero chi non lavora e non è in cerca di un’occupazione: oggi sono circa 13 milioni e 500 mila, l’1,6% in meno rispetto allo scorso trimestre. Significa che centinaia di migliaia di persone in età lavorativa hanno trovato un’occupazione o si sono almeno messe in moto per trovarne una. Parallelamente, scende il tasso di disoccupazione, che si attesta all’11,5%.

L’incremento degli occupati riguarda sia i lavoratori dipendenti che gli autonomi e si è rivela più consistente nel Mezzogiorno (+1,4%) piuttosto che al Centro (+0,8%) e al Nord (+0,6%).

A fotografare il quadro della situazione in Veneto ci ha pensato invece l’Osservatorio di Veneto Lavoro, che nella Bussola pubblicata a inizio settembre ha evidenziato l’andamento del mercato del lavoro regionale nel secondo trimestre 2016. Anche in questo caso, il saldo trimestrale risulta positivo, con 24.500 posizioni di lavoro dipendente in più, ma il confronto con il 2015 è impietoso: allora il saldo era di 34.400 posti di lavoro guadagnati, le assunzioni erano state il 9% in più e i contratti a tempo indeterminato risentivano dell’effetto benefico degli incentivi (44.300 contratti tra assunzioni e trasformazioni contro i 29.200 del periodo aprile-giugno 2016). Insomma, se pure positivi, i dati del 2016 mostrano un rallentamento o quantomeno una normalizzazione dei flussi occupazionali, come del resto era lecito attendersi dopo un 2015 da record e scopriremo in seguito se ‘gonfiato’ dall’esonero contributivo.

Da non sottovalutare la crescita dei voucher, una forma di pagamento delle prestazioni lavorative sempre più diffusa: nel 2008 ne erano stati venduti poco più di 500.000, nel primo semestre 2016 siamo arrivati a quasi 70 milioni, il 40% in più rispetto alla prima metà del 2015. Dovevano servire a regolarizzare piccoli lavoretti e prestazioni occasionali, soprattutto in agricoltura, sembrano essere finiti col nascondere ampie fette di lavoro sommerso.

‘Neet’ who?

neetCon l’avvio nel 2014 del Programma nazionale contro la disoccupazione giovanile ‘Garanzia Giovani’, alla ribalta della cronaca è salito il termine Neet… ma cosa vuol dire?

Il termine deriva dall’inglese ed è l’acronimo di Not in Education, Employment or Training. Chi ha un minimo di dimestichezza con la lingua può quindi aver già intuito di chi stiamo parlando: letteralmente potremmo tradurre con “chi non è inserito in un contesto educativo, lavorativo o formativo”. Semplificando al massimo e considerando che il termine è associato in Italia a giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, potremmo quindi intendere che Neet sono tutti quei giovani che non studiano e non lavorano.

Con alcune precisazioni. Da un punto di vista statistico, l’Istat considera tali coloro che non lavorano e non hanno frequentato alcun corso di istruzione o formazione nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento dell’indagine statistica. In Italia sarebbero oltre 2 milioni, più donne che maschi, molti residenti nel Sud Italia, con un basso titolo di studio e con un’età compresa tra i 25 e i 29 anni. Di questi 2 milioni, 890 mila sono disoccupati, ovvero giovani senza un lavoro ma attivamente impegnati a cercarne uno, 690 mila non cercano un impiego ma sarebbero disponibili a lavorare sin da subito o cercano lavoro ma non sono subito disponibili, e 520 mila non cercano e non sono interessati a lavorare (principalmente si tratta di mamme con figli piccoli).

È evidente che Garanzia Giovani si rivolge alla prima categoria e a parte della seconda. Sul fatto che il Programma abbia funzionato o meno vi rimando alla lettura del mio post del maggio scorso. Basti accennare al fatto che in due anni i giovani che hanno aderito all’iniziativa sono stati quasi 1 milione e 200 mila, quelli presi in carico dai Centri per l’Impiego e quindi effettivamente coinvolti dal Programma sono stati 750.000 e quelli cui è stata offerta un’opportunità di formazione o di lavoro poco meno di 400.000, neanche 1 su 3. Per un’iniziativa che prometteva di “garantire” un’opportunità concreta a tutti i Neet non è propriamente un successone, ma forse l’errore risiede nella strategia di comunicazione iniziale.

Calciomercato: il pagellone 2016-2017

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Per passione e per diletto mi ritrovo dopo qualche anno a commentare ancora una volta l’operato delle società di Serie A e in particolare dei loro direttori sportivi al termine del calciomercato, paradossalmente uno dei momenti più attesi della stagione da tutti gli appassionati di calcio, nonostante non si giochi, almeno non per i 3 punti.

E in vista di quella che sta per cominciare, effettivamente l’estate 2016 rischia davvero di rivelarsi come il momento più emozionante della stagione, perché il prossimo campionato un probabilissimo trionfatore ce l’ha già.

La Juventus (voto 9) ha dominato gli ultimi 5 campionati di Serie A, compreso l’ultimo, quando dopo un inizio balbettante ha in breve tempo messo di nuovo in fila tutti i rivali con una semplicità disarmante. L’unica speranza per le avversarie era rinforzarsi sul mercato e sperare in qualche passo falso di Marotta & Co. Mai speranza fu maggiormente disillusa: la Juve non solo ha comprato altri top player da aggiungere alla propria collezione, ma lo ha fatto andandoli a “rubare” (termine simbolico, specifichiamo) alle dirette concorrenti: “Mister 36 gol” Higuain al Napoli e quel genio di Pjanic alla Roma. Più i vari Dani Alves, Benatia, Cuadrado (una conferma) e Pjaca. Talmente tanta grazia che è impensabile che la Juve lo abbia fatto pensando al campionato, ma puntando dritta alla Champions. Ecco, secondo me fin troppo per il sesto Scudetto, non ancora abbastanza per la Coppa con le orecchie. Un voto in meno perché dopo la cessione di Pogba serviva come il pane un sostituto all’altezza in mezzo al campo e nonostante i tanti nomi (Witsel, Matic, Luiz Gustavo, Brozovic…) alla fine non è arrivato nessuno.

Le concorrenti per lo Scudetto, comunque, si contano sulle dita di una mano, anche meno, e la distanza dai bianconeri è aumentata. Il Napoli (7,5) ha investito più dei 90 milioni incassati con Higuain ma lo ha fatto acquistando una selva di panchinari (Tonelli, Maksimovic, Rog, Diawara, Zielinski, Giaccherini) che potranno essere utili per migliorare la rosa (ma Sarri turnover non ne fa, quindi…) ma che difficilmente alzeranno la competitività della squadra. Eccezion fatta per Milik, pagato comunque come un bomber vero nonostante al momento sia poco più di un giovane di belle speranze (e Gabbiadini che deve fare per meritare un po’ più di fiducia?). Un po’ meglio hanno fatto sul mercato la Roma (8) e l’Inter (7,5). I giallorossi hanno perso Pjanic, ma tra il ritrovato Strootman e un Paredes in crescita potrebbero trovare in casa il sostituto, e hanno puntellato la difesa con i vari Bruno Peres, Mario Rui, Fazio, Vermaelen, Jesus e il portiere Alisson, che si giocherà il posto con Szczesny, mentre in attacco era difficile prendere di meglio di quanto non ci fosse già. L’Inter, al netto della confusione tecnica per il cambio in corsa Mancini – De Boer, ha fatto l’esatto contrario. I cinesi hanno portato i liquidi necessari a intervenire bene e subito dalla cintola in su: gli arrivi di Joao Mario, Banega, Candreva e Gabigol alzano da subito il tasso tecnico della squadra, che non ha perso nessun big, mentre in difesa si poteva fare di più, visti anche i risultati dello scorso anno.

Il novero delle pretendenti allo Scudetto finisce qui perché la Fiorentina (7) è rimasta praticamente immobile sul mercato, se si eccettua qualche intuizione di Corvino (Maxi Olivera, Toledo, Hagi, Dragowski) e operazioni di contorno (Sanchez, De Maio, Salcedo, Milic), ma ha perso Alonso e scelto di rinunciare a Rossi. Precampionato e avvio di stagione dicono che sarà difficile ripetere la scorsa stagione. Sul Milan (6,5) meglio stendere un velo pietoso: zero soldi da investire, gli sforzi più ingenti sul capocanniere della B, Lapadula, chiuso ora dalla mancata cessione di Bacca, e su un ex conoscenza del calcio italiano, Josè Sosa, che non ha certo lasciato ricordi indelebili nella sua prima esperienza italiana. Già l’Europa League per questo Milan sarebbe un successo. Benino il Sassuolo (6,5) che per quanto fatto l’anno scorso e per il prosieguo della politica sui giovani merita fiducia, anche se ha perso due pilastri come Vrsaljko e Sansone. E il doppio impegno in Europa League potrebbe togliere energie al campionato. Bene il Torino (7), che è intervenuto tanto e bene nel mercato, operando una mezza rivoluzione in tutti i reparti: in porta il titolare della Nazionale inglese Hart (talentuoso ma incline alla papera), in difesa De Silvestri, Castan e Rossettini (ma nel cambio con Maksimovic, Glik e Bruno Peres sembra perderci), in regia Valdifiori e in attacco, accanto a un Belotti in rampa di lancio, due ali perfette per il gioco di Mihajlovic come Iago Falque e Ljajic. I granata possono sorprendere. In questa fascia anche la Lazio (7), che riporta in Italia Immobile consegnandogli un ruolo da protagonista, si appresta a consacrare il talento ribelle Keita e spera di sistemare la difesa con Bastos, Wallace e Lukaku. Nulla da stroppiciarsi gli occhi ma forse abbastanza per non sentire troppo la mancanza di due mostri sacri come Klose e Candreva.

Segue una schiera di squadre il cui obiettivo sarà quello di disputare un tranquillo campionato di metà classifica, sperando di poter cullare qualche sogno di gloria piuttosto che di doversi guardare le spalle. Nella prima categoria ci mettiamo la Sampdoria (6,5), che cede sì tanti punti fermi come Soriano, Fernando e Correa, ma lo fa con ottime plusvalenze e puntando su giovani di qualità e che hanno subito impressionato come Linetty, Torreira, Bruno Fernandes, Budimir e la ciliegina Praet, un talento soffiato a tante squadre europee e destinato a un grande futuro. Il reparto debole è la difesa e in A non è un dettaglio. Ha operato in modo contrario il Genoa (6,5), che ci aveva abituato a continue rivoluzioni e che invece quest’anno si è limitato a puntellare l’undici titolare con pochi ma mirati acquisti: Gentiletti dietro, Veloso in mezzo e Ocampos davanti su tutti. Ma il vero capolavoro è stato trattenere Pavoletti. Vogliosi di stupire anche il Bologna (6,5), con tanti innesti di qualità in ogni reparto (Torosidis, Helander, Nagy, Dzemaili, Viviani, Krejici, Verdi, Di Francesco) e poche cessioni eccellenti (Rossettini, Diawara, Giaccherini), e l’Atalanta (6,5), che con Gasperini in panchina punta alla salvezza con il bel gioco: pochi acquisti (Zukanovic, Grassi, Paloschi su tutti), ma anche una sola cessione di rilievo (De Roon) potrebbero essere la ricetta giusta. Chiude questa categoria l’Udinese (6), che piazza due soli acquisti importanti (Kums, De Paul) e rischia di risentire oltremisura dell’addio di Di Natale.

In zona retrocessione, un posto di rilievo lo merita, per quanto fatto negli anni passati, il Chievo (6), tutti gli anni inserito tra le pretendenti alla serie B e sempre tra le prime a raggiungere la quota salvezza. Sorrentino in porta è però l’unica novità di rilievo e tutti gli anziani del gruppo, molti dei quali titolarissimi, hanno un anno in più sul groppone. Fiducia anche al Cagliari (6), salito in carrozza dalla B e che ha piazzato una serie di colpi importanti (Bruno Alves, Isla, Ionita, Padoin e Borriello), e il Pescara (6), che nonostante sia una neopromossa e abbia perso Lapadula, ha fatto pochi acquisti scommettendo sull’entusiasmo del gruppo che l’ha riportata in A e spesso questo si rivela una ricetta vincente. Chiudono l’Empoli (5,5), con una squadra che ha cambiato tanto in mezzo e ha un allenatore esordiente, ma che può puntare ancora sul talento di Saponara e il fiuto di Maccarone, il Crotone (5), sulla carta la meno attrezzata tra le neopromosse, e un Palermo (5) sensibilmente indebolitosi rispetto all’anno scorso e dove le bizze di Zamparini hanno già contribuito a creare un clima di confusione e tensione.

Premettendo che molte previsioni si riveleranno comunque errate, buon campionato a tutti!!!

Garanzia Giovani compie 2 anni: un bilancio in chiaroscuro

logo GGNel maggio 2014 il Governo annunciava con fin troppo trionfalismo (lo diranno i fatti) l’avvio di Garanzia Giovani, un programma voluto dall’Unione Europea per combattere la disoccupazione giovanile negli Stati membri in cui questa superava il 25%. In Italia negli ultimi anni è sempre stata vicina al 40%, con punte del 65% in Calabria e del 56% in Sicilia e Sardegna.

La promessa era quella di garantire ad ogni giovane Neet, ovvero ragazzi di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, in Italia circa 2,3 milioni di persone, “un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio” entro 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dalla fine/abbandono degli studi. Un piano decisamente ambizioso e una promessa che si è rivelata azzardata.

A due anni dall’avvio, infatti, Garanzia Giovani mostra luci (poche) e ombre (molte). È vero che si tratta forse del primo piano organico di politica attiva di tale portata applicato su base nazionale e che finora si è dimostrato capace di coinvolgere in qualche modo quasi un milione di giovani, ma in molti casi le loro aspettative sono andate deluse: rallentamenti nella presa in carico e nell’attivazione delle misure previste, ritardi nei pagamenti dei tirocini, scarse opportunità di lavoro hanno presto disilluso e fatto infuriare chi nel Piano ci credeva davvero. I numeri del monitoraggio avviato dallo stesso Ministero parlano chiaro: su un milione di registrati, quasi 700.000 sono quelli presi in carico (gli altri che fine hanno fatto?) dai servizi per l’impiego pubblici e privati e ad appena 325.000 di loro è stata proposta almeno una misura di politica attiva. Uno su tre. Senza considerare la miseria di posti di lavoro veri e propri, che al netto di esperienze formative e tirocini hanno interessato circa il 10% degli aderenti.

In alcune regioni, in realtà, Garanzia Giovani ha funzionato meglio che in altre: in Veneto, tra le prime regioni ad attivare un portale dedicato, www.garanziagiovaniveneto.it, e a creare una rete di Youth Corner sul territorio per assistere i ragazzi, la percentuale dei presi in carico dai servizi per il lavoro sul totale delle adesioni effettive è tra le più alte d’Italia (97%). Anche gli esiti occupazionali sono incoraggianti: tra quanti hanno sottoscritto il Patto di servizio, al 31 marzo 2016 oltre 14.000 (36%) risultano occupati, in molti casi con un lavoro “stabile” che dura da oltre 6 mesi, e altri 4.000 (10%) sono impiegati in tirocinio. Tutti ragazzi che prima di aderire a Garanzia Giovani avevano già smesso di studiare e non avevano ancora trovato un lavoro.

Anche in Veneto, però, così come nel resto d’Italia, i quesiti irrisolti restano molti. Innanzitutto c’è un’elevata percentuale di giovani che si registrano sul sito internet dedicato, ma che poi non si presentano allo Youth Corner per completare l’adesione, uscendo di fatto dal Programma. Perché ciò accade? Per scarso interesse o fiducia nelle attività proposte? Per la convinzione, peraltro spesso giustificata, di essere in grado di trovare un’occupazione in modo autonomo e magari in tempi più rapidi (fatto positivo in sé, ma che renderebbe poco utile il Programma per il quale l’Europa ha stanziato 1,5 miliardi di euro)? Che dire poi di tutti i giovani non ancora intercettati? Perché questa sproporzione tra misure di formazione, a tutto vantaggio del sistema degli enti accreditati, e incentivi alle imprese, che potrebbero favorire la creazione diretta di posti di lavoro?

La sfida non è ancora persa, perché le potenzialità del Programma sono evidenti e la dimostrazione è che Garanzia Giovani rappresenta di fatto il modello per la riforma del mercato del lavoro e delle politiche attive previsto dal Jobs Act. Ora però è il momento di cambiare marcia e soprattutto di trovare quell’omogeneità di metodo e di risultati tra le varie Regioni italiane che finora ha rappresentato il freno più importante al successo di Garanzia Giovani e delle altre politiche del lavoro messe in campo negli ultimi anni.

Boom di contratti a tempo indeterminato. Il lavoro riparte… o no?

clock-70182_640Il 2015 è stato inequivocabilmente l’anno dei contratti a tempo indeterminato, che rispetto all’anno precedente sono quasi raddoppiati. Secondo i dati di Veneto Lavoro, solo in Veneto le assunzioni sono state 145.000, cui si sommano altre 60.000 trasformazioni a tempo indeterminato. Era dal 2008, periodo pre crisi, che non si vedevano volumi simili.

Segno che la crisi è passata e che il mercato del lavoro è finalmente in ripresa? Sì, no, forse…

In realtà, lo diciamo subito, ad oggi non c’è risposta a questa domanda. Per spiegare il motivo, dobbiamo fare una doverosa premessa: il 2015 è stato un anno particolarmente importante per la normativa sul lavoro, in virtù dell’introduzione di due misure che hanno inciso pesantemente sulle dinamiche occupazionali e in particolare sui contratti a tempo indeterminato.

La prima riguarda gli incentivi introdotti dal 1° gennaio 2015 dalla Legge di stabilità, che prevedevano una decontribuzione pari a un massimo di 8.060 euro annui, per una durata di tre anni, per le nuove assunzioni o trasformazioni a tempo indeterminato. La seconda, è l’introduzione, avvenuta con il Jobs Act, del cosiddetto contratto a tempo indeterminato a “tutele crescenti”: il reintegro sul posto di lavoro è riservato ora solo a casi di licenziamento particolarmente gravi, mentre negli altri casi è previsto un indennizzo economico di misura variabile in base all’anzianità aziendale del lavoratore. In buona sostanza, per il datore di lavoro, licenziare un dipendente diventa meno complicato.

Fatte queste premesse, era lecito aspettarsi durante l’anno un massiccio ricorso al contratto a tempo indeterminato, che per il datore di lavoro è diventato probabilmente più vantaggioso di altre forme di lavoro più precarie. Ma ciò non basta a spiegare il clamoroso boom di assunzioni avvenuto nel 2015.

È sufficiente spulciare più approfonditamente i dati per capire il perché. Il maggior numero di assunzioni si sono registrate a gennaio 2015 e, soprattutto, nel mese di dicembre 2015. Non è certo un caso. È evidente, infatti, che il dato di gennaio sia dovuto in gran parte al fatto che molti datori di lavoro abbiano aspettato il 2015 per effettuare assunzioni già programmate, in modo da poter usufruire degli incentivi della Legge di stabilità (e infatti il dato di dicembre 2014 è particolarmente basso). A dicembre 2015 è invece avvenuto l’esatto contrario, ovvero l’anticipazione di assunzioni e trasformazioni previste per il 2016 per usufruire dei vecchi incentivi, che la nuova Legge di stabilità ha ridotto per il 2016 sia per entità (da 8.060 a 3.250 euro l’anno) che per durata (da tre a due anni).

Se è vero, quindi, che il contesto economico sta leggermente migliorando, specie in Veneto, e che alcuni segnali di ripresa nel corso del 2015 si sono visti, è tuttavia presto per poter cantare vittoria e decretare il superamento della crisi occupazionale.

Dovremo aspettare il 2016 e oltre per capire se ciò che è accaduto nell’anno appena trascorso sia davvero il germe della ripresa o una bolla destinata a sgonfiarsi una volta scaduto l’effetto degli incentivi.

Calcio: il Parma riparte da Nevio Scala

Pochi giorni fa è diventato ufficiale: il Parma riparte dalla Serie D con la denominazione “Parma 1913”. A capo di questa nuova società c’è una cordata di importanti imprenditori locali (tra gli altri, Barilla, Ferrari e Dallara), che, quale uomo simbolo di questa rinascita, ha scelto Nevio Scala, colui che ha reso il Parma uno dei più sorprendenti miracoli sportivi del calcio italiano e che ora torna nelle vesti di Presidente.

Nel 1990 Nevio Scala è un allenatore emergente, come molti altri, ma l’allora Presidente del Parma Ernesto Ceresini sceglie lui per ambire a palcoscenici che fino ad allora sembravano irraggiungibili. E Scala fa subito centro, con la prima storica promozione in serie A. Ma il “miracolo” deve ancora accadere: questa piccola squadra di provincia stupisce tutti, piazzandosi quinta all’esordio in Serie A e vincendo l’anno dopo il primo trofeo della sua storia, la Coppa Italia.

È solo l’inizio del grande Parma degli anni Novanta. Nei sei anni in cui rimarrà sulla panchina ducale, Scala porterà i gialloblu ai vertici del calcio italiano ed europeo, collezionando 1 Coppa Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa Europea e 1 Coppa Uefa. Da allora, il Parma è rimasto per almeno un decennio tra le squadre più forti d’Italia.

Ora, nel momento più buio della sua storia, il Parma 1913 (questa la nuova denominazione della società) riparte proprio da lui, Nevio Scala, scelto quale nuovo Presidente del club.

Pochi mesi fa ho avuto il piacere di intervistarlo (l’intervista completa è disponibile sul sito del magazine Il Metropolitano, www.magazinemetropolitano.it) e di chiedergli cosa l’avevo spinto ad abbandonare il calcio (nel 2004 l’ultima sua esperienza da allenatore) e ritirarsi nella sua amata campagna padovana. «Le mie passioni sono sempre state la campagna, i miei cani, il mio trattore – mi aveva risposto – e grazie al calcio ho potuto realizzare il sogno che cullavo sin da bambino: diventare agricoltore e aprire una mia azienda agricola».

Avevo concluso l’intervista chiedendogli come si sarebbe visto nel prossimo futuro, se allenatore o agricoltore… al ruolo di Presidente del Parma non aveva pensato nessuno dei due.

«Gli innamorati compiono azioni col cuore» ha dichiarato Scala recentemente e il cuore lo ha portato, ancora una volta, a Parma.

In bocca al lupo mister. Oops, Presidente!

Cohousing: chi ha voglia di con-vivere?

Mai sentito parlare di cohousing?

Si tratta di un fenomeno nato negli anni Sessanta nei Paesi del Nord Europa, anche come risposta all’individualismo sempre più esasperato che caratterizza la nostra società.

Quante volte ci capita di trovarci in ascensore con un nostro vicino di casa che ci appare più estraneo di quanto non accada con uno qualsiasi dei nostri amici “virtuali” su Facebook, che magari non abbiamo mai incontrato di persona o che non vediamo da più di vent’anni?

Ebbene, il cohousing vuol farci riscoprire quei legami sociali che i nostri nonni e i nostri bisnonni conoscevano e quella dimensione di “buon vicinato”, inteso come sentirsi parte di una comunità, che in larga parte è andata perduta. Come? Condividendo parte della propria vita quotidiana con il prossimo e convivendo in abitazioni in cui coesistono alloggi privati, del tutto indipendenti, e spazi comuni, quali cucina, lavanderia, soggiorno, orti e servizi aperti a tutta la cittadinanza (ad esempio, piccoli asili nido, biblioteche, giardini).

Certo, il cohousing non è per tutti, visto che la convivenza non è semplice neppure tra parenti o innamorati, ed è per questo che una delle sue caratteristiche principali è la “partecipazione”: insieme si scelgono le persone con cui abitare, le regole di convivenza cui attenersi, addirittura le caratteristiche edilizie dell’abitazione.

Un nuovo modo di abitare che si sta diffondendo anche in Italia, soprattutto in certe fasce della popolazione che condividono esigenze e bisogni, presenti e futuri: anziani, giovani, mamme sole…

Se vi ho incuriosito, potete leggere il mio articolo sul sito de Il Metropolitano, www.magazinemetropolitano.it.

(Co)pilota per un giorno!

In vita mia, non ero mai entrato nel cockpit di un vero aereo di linea, essendo, ovviamente, un privilegio riservato a piloti e personale di bordo.

Recentemente, però, ho avuto l’occasione di visitare il Centro di addestramento di Superjet International, società italo-russa che produce aerei di aviazione civile particolarmente diffusi in diversi Paesi del mondo.

Il simulatore che vi è ospitato è il meglio che si possa trovare oggi nel campo della simulazione di volo ed è utilizzato dai piloti per imparare a volare sul Sukhoi Superjet 100 (SSJ100), uno dei modelli di punta di Superjet International.

Qui ho potuto provare la sensazione di essere copilota per un giorno (anche se in realtà mi limitavo a restare seduto accanto al capo istruttori piloti del Training Center, guardandomi intorno probabilmente con sguardo meravigliato).

L’esperienza di volo è stata a dir poco emozionante e del tutto realistica, sembrava davvero di essere all’interno di una cabina di pilotaggio di un aereo di linea.

Se siete curiosi di sapere com’è andata, potete trovare il mio articolo sul sito de Il Metropolitano, il nuovo nome di Reyerzine, il magazine dell’area metropolitana Padova-Treviso-Venezia, www.magazinemetropolitano.it.

Le Gallerie dell’Accademia di Venezia: un museo dentro al museo

Scala_ovata_PalladioNon mi era mai capitato di visitare un museo… vuoto. E’ successo qualche mese fa, quando sono stato all’inaugurazione delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, divenuto oggi, dopo un restauro durato 8 anni e costato 26 milioni di euro, il più grande museo d’Italia.

L’intervento di restauro, condotto dall’architetto Renata Codello, Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia, su progetto di Tobia Scarpa, uno dei più importanti architetti e designer italiani degli ultimi 50 anni, rappresenta in sé una vera e propria opera d’arte. Le aree espositive sono raddoppiate (12.000 mq complessivi), consentendo di riportare alla luce innumerevoli capolavori della pittura veneta, rimasti nascosti per anni nei magazzini del museo e che ora si affiancheranno alle opere di Bellini, Tintoretto, Tiziano e Veronese.

Proprio per permettere a chiunque di ammirare la delicatezza e la straordinarietà delle soluzioni di progetto adottate dall’architetto Scarpa, per alcuni mesi il museo è rimasto aperto al pubblico gratuitamente, senza alcuna opera esposta ma con la presenza di mediatori culturali in grado di illustrare storia e caratteristiche delle Gallerie.

Così, per la prima volta in secoli di storia, chiunque ha potuto passeggiare per la grande corte interna e ammirare la facciata palladiana, il Tablino e la grande scala ovata, definita da Goethe “la più bella scala a chiocciola del mondo”.

Entro fine anno dovrebbero partire i lavori di restauro anche del primo e secondo piano delle Gallerie, negli spazi progettati e allestiti da Carlo Scarpa. Chissà perché non si è deciso di affidare il progetto al figlio Tobia, il cui mirabile lavoro è sotto gli occhi di tutti… Peccato, un’occasione persa.

Per conoscere la storia e i dettagli dell’intervento di restauro delle grandi Gallerie dell’Accademia di Venezia, potete leggere il mio articolo sul sito di Reyerzine.

Alex Zanardi: l’uomo che visse due volte

Qualche tempo fa ho avuto l’opportunità di intervistare Alex Zanardi, un uomo le cui vicende avevo sempre seguito con una certa apprensione prima e con grande curiosità e ammirazione poi.

Alex Zanardi

Alex Zanardi

Pilota di Formula Uno negli anni ’90 con Jordan, Minardi, Lotus e Williams, la sua “America” la trovò proprio negli Stati Uniti, dove vinse due volte il titolo di Formula Cart e divenne uno dei piloti più apprezzati della competizione.

Nel 2001, l’episodio che cambiò per sempre la sua vita: a pochi giri dalla conclusione della prima gara europea della Formula Cart, sul circuito tedesco di Lausitzring, Zanardi perde il controllo della sua Reynard – Honda e finisce di traverso in mezzo alla pista. L’auto di Alex Tagliani, che sopraggiungeva a 300 km/h, non riesce ad evitarlo. L’impatto è terribile, l’auto di Zanardi è tranciata in due e il pilota bolognese, vivo per miracolo, trascorre tre giorni in coma farmacologico. Al risveglio, l’amara scoperta: Alex dovrà trascorrere il resto della propria vita senza entrambe le gambe.
Una condizione che avrebbe potuto abbattere chiunque, ma che per Zanardi si trasforma nell’inizio di una nuova vita.

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